R. Hillauer, Encyclopedia of Arab Women Filmmakers, The American University in Cairo Press, Cairo New York 2005

Un altro bel volume di circa 500 pagine che ci introduce nel mondo del cinema arabo fatto dalle donne. Sorprendente, come l’autrice stessa scrive nella prefazione, per ricchezza. Un volume che, afferma Hillauer, è cresciuto col procedere della ricerca ben oltre le aspettative.

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‘Ayn šams (Ein shams)

aprile 27, 2010

‘Ayn šams, regia di I. al-Battùt, Egitto 2007
Golden Tauro al Taormina Film Festival del 2008, Golden Hawk all’Arab Film Festival di Rotterdam 2008, Internationa Carthage Festival Award 2008

In Egitto vengono prodotti circa 100 film “independenti” all’anno, perlopiù cortometraggi, realizzati con tecnica digitale. Grazie al supporto di organizzazioni culturali straniere, sin dall’inizio degli anni ’90, molti giovani alle prime armi o assistenti di registi del cinema cosiddetto mainstream o commerciale, ebbero l’opportunità di cimentarsi col mezzo audiovisivo, con la facoltà di potersi esprimere senza tabù o riverenze. Da allora, altri enti privati hanno sostenuto il movimento, tra cui Semat, al-Warsha e la Scuola Gesuita. Non tutti i lavori autodefiniti di sinima mustaqilla, tuttavia, sono stati concepiti dai loro autori come necessariamente antitetici rispetto al cinema commerciale. C’è chi usa una tecnologia a basso costo per cercare di catturare l’attenzione dei canali di produzione, e anche chi si esprime col digitale perché la considera una forma artistica bastante a se stessa. Muhammad Mamduh, studiando il fenomeno, nota che la definizione di questa forma d’arte è attualmente molto labile. Se forse non è ancora giunto il momento di considerarlo un nuovo genere, si può tuttavia ipotizzarne una rapida e maestosa espansione.

Ibrahim al-Battut è uno dei più acclamati registi della corrente del cinema indipendente nel mondo arabo. Già la sua prima opera, Ithaki (2005), gli aveva portato fama e riconoscimenti in patria e all’estero. Dopo una laurea conseguita all’American University del Cairo, nel 1985, inizia la sua carriera come giornalista di guerra, catturando con la videocamera i drammi di conflitti sanguinosi in tutto il globo, dal Kosovo all’Iran-Iraq, dal Libano al Sri Lanka, passando per la Palestina, la Somalia e l’Afghanistan. L’esperienza dei suoi reportage filtra anche nel suo secondo lungometraggio di fiction, ‘Ayn Shams (2008).

Recatosi nell’agosto 1998 a ‘Ayn Shams, un anonimo quartiere popolare del Cairo, per documentare con la sua videocamera una manifestazione antigovernativa, viene ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Egli stesso dichiara: “Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra […]. ‘Ayn Shams mi affascinava da tempo, così scrissi subito una storia che poteva essere ambientata lì, utilizzando anche materiale che avevo girato durante la mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista, che avevo deciso di iniziare proprio in quel quartiere, circa 20 anni fa”.

In ‘Ayn Shams si intrecciano le storie di diversi personaggi, raccontati da una voce onnisciente fuoricampo. Ecco Ramadan, tassista e autista privato di un uomo d’affari; la figlioletta undicenne Shams, vivace e creativa, che coltiva il sogno di visitare il centro del Cairo; la giovane dottoressa Meryem, di ritorno da una missione in un ospedale iracheno, testimone della catastrofe causata da una assurda guerra. L’uranio impoverito, arma “regalata” dalla coalizione occidentale alla popolazione dell’Iraq, distrugge dal 1991 intere generazioni. Parallelamente, sulle sponde del Nilo, l’uso incontrollato di pesticidi e di ormoni spegnerà il fiore di una giovane vita, tra l’incoscienza della popolazione e le omissioni della rampante classe politica locale.

al-Battut disegna, con contorni più che realistici e taglio documentaristico, le sofferenze di due paesi: l’Iraq, devastato in nome della “democrazia occidentale”, e l’Egitto, contaminato dai veleni e dalla corruzione politica. In un gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra locale e globale, si gioca la sorte dei cittadini del mondo arabo.

Dopo esser stato bloccato della censura per più di un anno, il film è stato proiettato anche in Egitto.

Aldo Nicosia

 

 

 

Il cinema arabo

febbraio 17, 2010

A. Nicosia, Il cinema arabo,Carocci, Roma 2007

Scorrendo i titoli e le indicazioni di paragrafo dell’agile (che non significa meno pregevole) volume di Nicosia si comprende chiaramente che il cinema arabo, per l’autore, è inserito in un contesto politico e sociale oltreché culturale in senso lato.

L’ampia panoramica dell’evoluzione cinematografica viene così presentata in relazione ai principali avvenimenti politici che il mondo arabo ha attraversato e ne divieneuna storia per immagini di sicuro interesse, scritta da chi i film li ha visti, certamente, ma li ha anche amati altrettanto sicuramente e ne  ha frequentato i realizzatori.

Oltre a una conoscenza “libresca” dunque, Nicosia accosta informazioni e commenti che solo una ricerca sul campo può fornire. Interessante anche la sezione sul cinema magrebino, in genere considerato fratello minore di quello egiziano, che da spazio anche a Libia e Mauritania. Nell’appendice, infine, un riferimento ai rapporti fra cinema e letteratura (ma il cinema già di per sé è letteratura!) e al ruolo di alcune famose attrici e attori egiziani.

Nell’Introduzione Nicosia si chiede perché il cinema arabo fatichi ad “ottenere lo stesso riconoscimento che la letteratura di prosa o di poesia godono sulla scena cultrale araba” — e non solo aggiungiamo noi. Il cinema arabo è certamente destinato a risponde in parte anche a questa domanda.