Krimaturium

agosto 13, 2011

ًًًًًًًًًًًًًًُW. Laredj, Krimaturium. Sunata li-ašbah l-Quds, Al-fadà’ al-hurr, al-Giazà’ir 2009

Due cose mi stupiscono sempre in relazione a Waciny: la prima, la sua capacità di scrivere quasi un libro l’anno e tutti molto corposi e intensi, spesso con alla base una ricerca storica e numerosi riferimenti a culture diverse e ad aspetti diversi all’interno di esse; la seconda è che, nonostante tutto questo, che già di per sé potrebbe essere motivo di interesse, da noi non “piaccia” (l’ho già detto qui).

Krimatorium (piccola  nota: ovviamente l’edizione in mio possesso, che ho acquistato ad Algeri, ha una copertina diversa da quella che qui riporto e che credo sia la prima; interessante notare il fatto che la parola Krimatorium, nell’edizione in mio possesso scritta a caratteri cubitali, qui non compare, o almeno io non la vedo) è un romanzo costruito come una sonata, come appunto ci ricorda il sottotitolo, che segue il percorso di May, un’artista legata al mondo della musica classica. La protagonista, lasciata Gerusalemme nel ’48 in modo tragico, all’estero ha intrapreso la carriera e, verso la fine della sua vita, dopo cinquant’anni di assenza, pensa se tornarvi almeno una volta…

La partitura musicale di cui è intessuto il romanzo viene abilmente eseguita da Yuba, un virtuoso di pianoforte che raccoglie i ricordi di May e se ne fa narratore, e costituisce il contrappunto ai ricordi di May e ai “documenti” di vario tipo che Laredj inserisce all’interno del romanzo per ricordare la questione Palestinese, oltre a un ulteriore percorso possibile, quello di una serie di quadri presenti nei musei di tutto il mondo  e che vengono citati all’interno del testo.

Ricordare sì, poiché se May ricorda, il romanzo costringe il lettore a ricordare la Palestina a non dimenticare il popolo palestinese e lo fa attraverso un testo estremamente equilibrato e triste e, forse proprio per questo, per non usare toni eccessivi, ancor più toccante.

Ricordare serenamente superando la paura, solo così il senso della parola ricordo significa perpetuare un’idea, un popolo, una causa e fornirgli consistenza:

“Non so fino a che punto i miei stancanti ricordi mi aiuteranno, ma finora non mi hanno tradito e non mi hanno ingannato come erano soliti fare nei momenti di paura” (p. 147).

Mio signore, mio carnefice

aprile 17, 2011

H. al-Shaykh, Mio Signore, mio carnefice, Piemme, Milano 2011

In libreria l’occhio mi cade su questo libro e mi blocco, perché fra i titoli dei romanzi della scrittrice questo proprio non lo ricordo. Lo prendo comunque in mano assalita da un dubbio , lo apro e sì, è così: questo è il titolo italiano di Hikayat Zahra.

In questo post, avevo inserito questo libro nella sezione “Le traduzioni che vorrei” e confesso che mi sarebbe piaciuto essere io a tradurlo, ma la cosa più importante è che sia disponibile, finalmente, in italiano.

Tuttavia sono veramente stufa. Stufa di questa manipolazione dei titoli. All’interno del volume leggo: Titolo originale Hikayat Zahra (pubblicato in inglese con il titolo The Story of Zahra). E allora, perché diavolo la Piemme ha deciso di intitolarlo Mio Signore, mio carnefice, come un film porno da quattro soldi? Con una bella immagine di donna – velata ovviamente – persino dietro sbarre e, come se non bastasse, di spalle. Il massimo. Davvero.

Chi sia poi il signore-carnefice, non è dato sapere, il romanzo proprio, parla d’altro.

L’eurocentrismo eteropatriarcale ha colpito ancora.

Un grande romanzo rovinato da un titolo.

Nisyan com

novembre 1, 2010

A. Mostaghanmi, Nisyàn com, Dàr al-adàb, Bayrut 2009, libro + cd

Alcuni anni fa, Libuse Monikova, trattando della letteratura di donne, lamentava che essa avrebbe dovuto uscire dal ghetto dell’autocommiserazione, “la fossa accogliente dela nostra sventura”, per trovare nuove prospettive propositive. Mi sembra ormai che la letteratura araba scritta da donne abbia raggiunto questo obbiettivo e che sempre più si allontani dalla denuncia e dall’autocommiserazione per essere propositiva e, agigungerei in questo caso, attiva. Le intellettuali arabe si discostano dalla produzione letteraria fine a se stessa e danno vita a iniziative che in qualche modo vogliono incidere nella società. Nisyan com rienta fra queste.

Con Nisiyan com siamo alla creazione di un nuovo canone letterario, poiché la letteratura araba è ormai intesa nella società di oggi come verità e come resistenza al campo del potere sia in senso specifico che femminista; la letteratura, quindi, diventa azione (e al testo corrisponde un sito infatti: www.nessyane.com). Ha poco senso orami parlare di letteratura araba e sento ormai come irrinunciabile uscire da quella sorta di “etnograifa letteraria” che relega lo studio delle letterature altre (intese qui come non occidentali) a un aspetto etnografico; da questo libro in poi mi occupo di letteratura tout court.

Nella struttura il testo rompe con le definizioni classiche del genere letterario romanzo. Una storia c’è, ma è solo e semplicemente un pretesto per utilizzare tutte le forme proprie della scrittura accompagnate da riferimenti alla cultura classica e contemporanea, orientali e occidentali. Nisyian è un libro terapeutico, uno strumento per imparare a dimenticare, un esercizio per l’oblio, dove anche la musica – appositamente composta testi e parole a questo scopo – ha una precisa funzione.

Mostaghanmi sfida il canone letterario dominante, le sue norme e i modi stabili della scrittura poetica del suo tempo. Il nuovo canone, se di canone si deve parlare, incalza il lettore e lo porta a chiedersi cosa significhi essere oggi uno scrittore. Una scrittura che sorge da un’urgenza e che ci ricorda che nella società contemporanea è l’antiautore, lo scrittore impegnato e non integrato nel campo letterario del potere, quello che dice la verità e non più il saggio.

Al-muntaha

settembre 27, 2010

Hala Badry, Al-muntaha, Al-hay’a al-misriyya al-‘amma lil-kutub, 1995

A te e alla scrittura: l’inizio e la fine
Il mio muntahà

1

L’automobile si fermò davanti al portone esterno della fattoria, producendo un rumore che strappò i cani dal loro silenzio. Le lancette dell’orologio avevano già oltrepassato le tre del mattino di quella notte nella quale la luna sussurrava alla terra con una luce morbida che si rifletteva sul fiume, trasformando la sua superficie in specchi argentei frantumati, che si muovevano al ritmo della brezza che intonava melodie tra i rami dei salici e degli alti pioppi. Il lupo ululava rivolto alla mitica lepre nascosta nella palla luminosa del cielo. Il suo latrato proveniva da lontano e non disturbava la tranquillità dei due viaggiatori, che sapevano che i limiti del suo raggio d’azione si fermavano ai campi più lontani. Alcuni di loro conoscevano la sua tana vicino al ponte in rovina.

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Experimental Nations

settembre 10, 2010

R. Bensmaïa, Experimental Nations. Or, the Invention of the Maghreb, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2003

Il volume raccoglie in lingua inglese una serie di saggi di Bensmaïa apparsi originariamente su riviste in lingua francese, uniti dal cercare una risposta alla domanda: un autore appartiene a una nazione?; e se sì, a quale nazione appartengono gli scrittori arabi che si esprimono in lingua francese?

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