Sordomuti

novembre 2, 2010

A. Chaouech, Sordomuti. L’invenzione del terrorismo come strumento di dialogo, Mimesis, Milano-Udine 2010

Sordomuti indaga ancora una volta il complesso rapporto fra Islàm e occidente per verificare se, come si sostiene da più parti – afferma l’autore nell’Introduzione – è vero che essi non abbiano mai dialogato e in particolare cerca di evidenziare quegli elementi che, nelle società arabe, fanno pensare a un processo di “individualizzazione” in corso che sposti l’attenzione dei cittadini dei paesi arabi dalla fedeltà al clan a quella alle istituzioni e allo Stato. Processo che l’autore, tunisino, vede in via di sviluppo.

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Il terrorismo suicida

ottobre 14, 2010

T. Asad, Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009

In occasione di una sessione di laurea, mi è capitato di sentire una laureanda discutere una tesi sul martirio nell’Islàm e sostenere – tesi a mio parere totalmente errata – che i musulmani sarebbero, per non si capisce bene quale motivo, “più portati al martirio e al suicidio” degli appartenenti ad altre religioni e culture. Come se la tendenza al suicidio e, di conseguenza, alla morte, fosse consustanziale all’essere musulmani.

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F. Choutri, sous la direction de, Violence, trauma et mémoire, Casbah Editions, Alger 2001

Il “decennio nero” ha lasciato in Algeria un segno profondo e anche, a mio parere, una certa incapacità di elaborare il lutto per lo meno in tempi brevi. Ciò è dovuto in parte alla perdita di senso che la violenza genera di per sé ma anche al legame che questa ha riallacciato con le violenze subite nel passato coloniale recente del paese.

Già in precedenza (1997) la rivista an-Naqd aveva  dedicato un numero speciale alla questione del trauma da un punto di vista antropologico e sociologico. Questo volume affronta invece il problema da una prospettiva psicanalitica, nel tentativo di “tradurre” il silenzio provocato dal trauma e dare un nome a una sorta di rimozione collettiva (“Non succede nulla, ci siamo abituati, abbiamo superato una guerra ne supereremo una seconda”).

Questo adattarsi al disordine è il sintomo di una passività che fa riferimento al destino più che alla storia e che gli autori di questo testo cercano di indagare.

Un tentativo, dunque, di rompere con il silenzio legato a questo periodo ma anche una ferma volontà di rompere con quanto scritto sull’argomento da altri poiché come ricorda Fadhila Choutri

“la tentazione di vedere nella violenza senza nome un sintomo etnico è forte e rileviamo come le produzioni immaginarie proiettate in passato sulle popolazioni autoctone sostenute dalla psichaitria coloniale siano oggi massicciamente riattivate”.

Il volume pertanto offre i contributi – teorici e nati da esperienza sul campo – di psicanaliste e psicanalisti algerini con due interessanti contributi esterni, uno argentino e uno brasiliano, di medici cioè provenienti da paesi che a loro volt hanno subito una violenza interna e che hanno dovuto imparare a elaborare il lutto.

L’interesse di questo libro sta nel fatto che, pur se l’argomento è piuttosto specifico, una volta tanto non si tratta dell’altro che analizza e spiega, al contrario l’analisi è compiuta da chi questa cultura la conosce a fondo e riesce quindi a coglierne aspetti che sfuggono ai più.