Da un po’ di tempo ho difficoltà ad accedere al mio blog su wordpress. Pertanto sono migrata su Altervista. La grafica mi piace meno, ma pazienza. Potete leggere letturearabe a questo indirizzo d’ora in poi:

letturearabe.altervista.org

Ci vediamo lì.

‘A. Munìf, Ad-dimuqratiyya awwalan… ad-dimuqratiyya da’iman, co-edizione al-Mu’assasa al-‘arabiyya li-d-dirasàt wa-n-našr Bayrùt e al-Markaz ath-thaqàfi al-‘arabi li-n-našr a at-tawzi‘ Ad-dar al-baydà’ 2001. (la copertina dell’edizione in mio possesso è  differente)

Il bello delle librerie algerine è che vi trovi anche libri di dieci anni fa, non come da noi, dove quando cerchi un libro pubblicato sie mesi prima ti rispondono: “Eh, ma è vecchio!”. Mi piace starci per ore, soprattutto per trovare vecchie edizioni di romanzi o qualche libro introvabile.

Così ho comprato questo l’altro giorno. Ci tenevo, perché lo avevo avuto tra le mani, prestato, un po’ di tempo fa mentre scrivevo la recensione di Città di sale.

Si tratta di una raccolta di saggi scritti da Munìf in un arco di tempo che va dal 1985 al 1990 circa – la Prefazione scritta dall’autore data 1991 – nei quali il grande scrittore, e devo dire che forse come saggista lo preferisco, si occupa dei problemi politici del mondo arabo e degli intellettuali, del rapporto che questi intrattengono con il potere e di quello che, a suo parere, dovrebbero svolgere nella società.

Di questi tempi mi pare una buona lettura, tanto per ribadire che una coscienza politica e civile nel mondo arabo c’è sempre stata.

In un saggio del 1985, dal titolo Al-‘asr ar-radi’ wa-l-muthaqqaf as-sàmit (pp. 13-19), Munìf  discute l’utilizzo del termine radi’ per definire l’età araba contemporanea proponendo alcune osservazioni sulla società e gli intellettuali, che, nel titolo del saggio, sono definiti sàmit, silenziosi. E osserva, tra l’altro:

“[…] in secondo luogo egli [l’intellettuale] ha doveri e vincoli morali che oltrepassano il qui e ora e dev’essere un testimone del suo tempo. Afferma Brecht in una delle sue poesie:

Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Sì, chiederanno perché i poeti hanno taciuto è perché gli intellettuali erano assenti e perché la patria si è colmata di questo destino orribile di silenzio e nerezza?

… Ma se gli intellettuali dicessero e con sincerità quello che devono dire, forse la domanda cambierebbe” (p. 19)

(La poesia di Brecht è Nei tempi oscuri, da B. Brecht, Poesie, vol. II, 1934–1956, a cura di L. Forte, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino 2005, pag. 849:

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo
piatto sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?
).

The idea of a university

luglio 11, 2011

Ieri ho passato la giornata con la mia amica Barbara in campagna. Una giornata molto piacevole e “chiacchierosa”. Come ha commentato al momento di lasciarci, abbiamo “rifatto l’università italiana”. A parole.

Ripensando a quanto ci siamo dette linko duepezzi interessanti:

il primo The idea of a university, cerca di rispondere alla domanda: what are universities for?

Il secondo, Prime note per una biografia del rettore riformatore, racconta di un’esperienza italiana.

Trovo che la lettura comparata dei due sia illuminante.

Un anno fa circa, il Comune della città dove risiedo ha pubblicato un opuscolo dal titolo “Nate libere… dalla violenza” tradotto in varie lingue, tra cui l’arabo. Ovviamente si vuole arrivre al pubblico straniero, alle donne in questo caso, ma per farlo NON si vogliono spendere soldi. Semplice no?

Vedo l’opuscolo – che potete scaricare qui – e, neanche da dirlo, passo subito alla versione araba. No comment. Ho l’occasione di partecipare a un incontro con la persona che ha promosso l’iniziativa e con bei modi – giuro, quando voglio ne sono capace – le dico in separata sede che ci sono diversi errori. La risposta è piuttosto divertente: “Strano, sai, l’abbiamo fatta fare a — perché ci interessava mantenere una relazione, ma io poi l’ho fatta leggere AL MIO PORTINAIO e lui si è messo a piangere dicendomi, che bell’arabo!”.

Malignamente fra me e me penso che forse il portinaio era analfabeta in ‘arabiyya, per questo si è messo a piangere.

In occasione di un accessissimo dibattito intorno alla questione moschea, un partito decide di fare un manifesto di solidarietà in lingua araba. Mi viene chiesto di darci un occhio. Sapendo chi lo ha tradotto, per evitare discussioni, accetto ma chiedo di mantenere l’anonimato. Rivedo il testo. Il manifesto viene stampato e affisso in città esattamente nella prima versione, con parecchi errori (un errore di file probabilmente, m a nessuno è venuto in mente di farmi vedere le bozze prima di stampare…). Il titolo, tanto per dire, “Stop al razzismo” è stato tradotto con وقف للعنصورية

In occasione sempre della campagna contro la violenza sulle donne viene prodotto un altro opuscolo quest’anno “InFormate per ReAgire!”, ovviamente anche in arabo. La parte in arabo è per lo più illeggibile (problemi di conversione file) e quel poco che è leggibile fa paura:

“La violenza ha mille volti, impariamo a riconoscerli. Tutte insieme possiamo fare qualcosa di speciale. Ci sono persone che ci possono aiutare e sostenere, noi donne non dobbiamo aver paura. Portate questo opuscolo con voi, donatelo ad amiche o conoscenti se avete il dubbio di trovarvi di fronte a una richiesta di aiuto. Uscire dalla violenza si può: questo è un primo passo” ed ecco la traduzione:

العنف وجوه كثيرة، وتعلم أن يتعرف عليهم. معا يمكننا ان نفعل شيئا خاصا، هناك أناس يمكن أن تساعدنا والدعم، ويجب علينا أن النساء لا تخافوا. جلب هذا الكتيب معك، دونال لشخص ما إذا شك في أننا نواجه طلبا للمساعدة. إنها العنف قد: هذه هي الخطوة الأولى

Non male eh? Ovviamente, non so perché insisto ma è più forte di me, ho fatto presente la cosa. Ma è battaglia persa, l’associazione difende a spada tratta chi ha tradotto (che NON èun traduttore, sia chiaro), perché “ha un buon livello di istruzione”.

Tutto ciò per dire che trovo profondamente razzista e offensivo nei confronti degli arabi questo modo di gestire le traduzioni solo per non pagarle il dovuto e offensivo anche nei confronti di chi traduttore lo è per mestiere. Ma del resto si sa, quello dl traduttore è un lavoro non considerato come tale. Del resto l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Così cita il testo dell’art. 1 della Costituzione, tradotto in arabo dalla provincia di Milano in occasione del 60° della Costituzione (e dove, si noti bene, per ben 14 lingue in cui è stata tradotta il traduttore non viene mai nominato) come segue:

إيطاليا جمهورية ديمقراطية قائمة على العمل

E io me la vedo, l’Italia, impettita, in piedi, sull’attenti che con tutto il suo peso grava sul lavoro del traduttore da e in arabo.

Odio l’amore

giugno 18, 2011

Un altro grande poeta marocchino esponente del movimento di prosa poesia. Da leggere da leggere da leggere.

Odio l’amore

Non amo i cordogli,
Autentici complimenti in ritardo
E gentilezze
Che biascichiamo dopo lo scadere del tempo
Odio gli elogi,
Menzogne eloquenti
 
Non amo la poesia classica
Perché ha bisogno di libri di commento
E di battaglioni di interpreti
Odio la critica contemporanea
Moneta facile
 
Non amo i quaderni di brutta
Mi ricordano poesie
Incomplete
E odio le poesie pubblicate
Mi spiace che non saranno mai complete
 
Non amo la celebrità
Le luci uccidono
E io non sono ingenuo come la farfalla
E odio vivere nell’ombra
Esattamente come un frutto in potenza
Che non sarà mai maturo
 
Non amo avere un naso
“Un naso in rilievo come una frase eccettuativa”
Odio avere due gambe
Perfettamente uguali
Come una scala che non serve a nulla
Perché senza gradini
 
Non amo la macchina
Veicolo frivolo
Che ha bisogno di quattro ruote
Per trovare stabilità
E odio la bicicletta
Perché si muove
Come qualsiasi codardo uccello meccanico
Che non ha la forza di volare
 
Non amo essere chiamato
Tàhar el-Marrakši
Così come odio essere additato
Odio i sorrisi rossicci
Che maltrattano il mio nome negli uffici comunali
Chiamadomi ogni volta:
“Monsieur Tà’à ‘Adnàn!”
 
Non amo l’odio
Perché è spesso gratuito
Senza ragioni fondate
E odio l’amore
Perché costa caro
 
Non amo la domenica
Perché è un giorno pigro,
Mi ricorda che: domani si ricomincia
E odio il lunedì
(Vedi domenica)
 
Non amo vivere solo
La solitudine è gelida
Come una notte di dicembre
In cui ho sofferto per il calorifero guasto
E odio vivere con gli altri:
È un inferno
 
Non amo
Che il mio sangue scorra
Senza poterlo fermare
E odio essere privo di sangue
 
Non amo l’orologio a muro
Perché mi ricorda
Il tempo perso
E odio l’orologio da polso
Perché compete con i battiti del cuore
 
Non amo la pace
Perché rende monotona la vita
E senza gusto
E odio la guerra
Perché è il contrario della pace
 
Non amo la vita
Perché è figlia di cagna
E odio la morte:
il suo ultimo latrato.

Taha Adnan, Budapest 2005