M. Belhamissi, Les captifs algériens et l’Europe chrétienne (1518-1830), ENAL, Alger 1988

Da quando con la liberalizzazione della carta stampata sono sorte numerose case editrici in Algeria, l’ENAL, casa editrice unica fino alla fine degli anni Ottanta, è stata chiusa e così le “Librerie dell’ENAL” nelle quali fino al 1998 era giocoforza recarsi per acquistare libri.

Resta il fatto che queste librerie, che ora sono di proprietà privata, hanno molte giacenze e che quindi ancora oggi è possibile trovare libri pubblicati anche negli anni Settanta introvabili altrimenti, sia in arabo che in francese, editi dall’Entreprise Nationale du Livre ma anche tutto quanto pubblicato da Sindbad Actes Sud fino perlomeno a una certa data.

Molto semplici, questi libri avevano un prezzo politico ovviamente, e uno dei miei librai preferiti li vende ancora così, senza ritocchi…

Questo mi è costato 44 dinari, circa 44 centesimi di euro.

Un testo citato dovunque si parli di còrsa, pirati e Mediterraneo, Les captifs algériens et l’Europe chrétienne è uno studio che racconta la storia dal punto di vista degli altri, ovverosia, dei prigionieri algerini catturati in mare o in seguito  a vere e proprie razzie sulle cittadine della costa e smistati poi nei mercati di schiavi di Malta, Livorno, Venezia, Napoli, Genova e in parte in Francia.

Ne descrive il trattamento, le condizioni, la situazione di salute, quella giuridica nel paese di prigionia e via dicendo oltre ai tentativi non sempre coronati da successo di Algeri per riscattarli tramite lo scambio con prigionieri cristiani.

Un capitolo è dedicato ad “Algeri e i prigionieri cristiani” e si apre con un paragrafo intitolato “Critica delle fonti occidentali” che, se non altro, è utile per ricollocare nella giusta luce la “facile letteratura” (come la chiama Braudel) relativa alla schiavitù nei bagni di Algeri.

Come afferma Belhamissi, se la storia dei cristiani prigionieri ha trovato numerosi partigiani che l’hanno descritta e narrata, quella degli schiavi algerini in Europa e in Italia in particolare attende ancora chi la studi approfonditamente.

La serietà dello studio è sostenuta tra l’altro dall’amplissimo apparato di documenti, carte e illustrazioni allegati al volume.

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F. Choutri, sous la direction de, Violence, trauma et mémoire, Casbah Editions, Alger 2001

Il “decennio nero” ha lasciato in Algeria un segno profondo e anche, a mio parere, una certa incapacità di elaborare il lutto per lo meno in tempi brevi. Ciò è dovuto in parte alla perdita di senso che la violenza genera di per sé ma anche al legame che questa ha riallacciato con le violenze subite nel passato coloniale recente del paese.

Già in precedenza (1997) la rivista an-Naqd aveva  dedicato un numero speciale alla questione del trauma da un punto di vista antropologico e sociologico. Questo volume affronta invece il problema da una prospettiva psicanalitica, nel tentativo di “tradurre” il silenzio provocato dal trauma e dare un nome a una sorta di rimozione collettiva (“Non succede nulla, ci siamo abituati, abbiamo superato una guerra ne supereremo una seconda”).

Questo adattarsi al disordine è il sintomo di una passività che fa riferimento al destino più che alla storia e che gli autori di questo testo cercano di indagare.

Un tentativo, dunque, di rompere con il silenzio legato a questo periodo ma anche una ferma volontà di rompere con quanto scritto sull’argomento da altri poiché come ricorda Fadhila Choutri

“la tentazione di vedere nella violenza senza nome un sintomo etnico è forte e rileviamo come le produzioni immaginarie proiettate in passato sulle popolazioni autoctone sostenute dalla psichaitria coloniale siano oggi massicciamente riattivate”.

Il volume pertanto offre i contributi – teorici e nati da esperienza sul campo – di psicanaliste e psicanalisti algerini con due interessanti contributi esterni, uno argentino e uno brasiliano, di medici cioè provenienti da paesi che a loro volt hanno subito una violenza interna e che hanno dovuto imparare a elaborare il lutto.

L’interesse di questo libro sta nel fatto che, pur se l’argomento è piuttosto specifico, una volta tanto non si tratta dell’altro che analizza e spiega, al contrario l’analisi è compiuta da chi questa cultura la conosce a fondo e riesce quindi a coglierne aspetti che sfuggono ai più.