Appena pubblicato il post precedente, leggo questo scritto di un mio amico algerino… alla faccia di chi mi ripete in continuazione che devo smettere di legare la politica alla letteratura.

(L’articolo è stato pubblicato su Le quotidien d’Oran il 23 aprile)

L’undicesimo giorno delle tigri

di K. Selim

Un racconto di incredibile concisione del siriano Zakariya Tamir, un favoloso creatore autodidatta, racconta come un domatore, circondato dai suoi allievi faccia piegare una tigre in dieci giorni. Dieci giorni di tortura ordinaria inflitta al cittadino arabo: disprezzo, obbligo di ascoltare i discorsi del capo. La tigre fa la fiera, ma il domatore ha esperienza e comincia ad affamarla e infine a forzarla a mangiare erba.

“Il decimo giorno delle tigri”, racconto apparso nel 1978, raccontava in modo esasperato dell’oppressione dell’individuo da parte di una macchina politico-poliziesca che sembrava, all’epoca, disporre dell’eternità davanti a sé. E che si dava i mezzi per domare le società e ottenerne consenso. Questo racconto narra l’impresa assoluta degli apparati di potere, dove il solo succedaneo di felicità individuale risiedeva nella sottomissione.

Zakariya Tamir, che ha dovuto scegliere l’esilio per evitare di essere domato, ha forse sognato che il decimo giorno della tigre non fosse definitivo e che ce ne sarebbe stato un undicesimo. Il domatore – il regime – ha troppo abusato della sua posizione di forza presunta e soprattutto della pazienza delle tigri siriane, che si erano messe a mangiare erba in considerazione dell’ambiente ostile nel quale si trova il loro paese. Ormai non l’accettano più.

E il racconto di Tamer ha un seguito. L’undicesimo giorno le tigri scoprirono che il paese erano loro e che i loro morti, per annullamento, per sottomissione, erano la morte di tutti. Decisero di non ascoltare più i discorsi del domatore, di non brucare più l’erba e di essere quello che la natura ha fatto di loro: creature libere.

L’undicesimo giorno le tigri siriane hanno manifestato e sono morte. Convinte che senza libertà e senza dignità sono già morte. L’undicesimo giorno le tigri di Siria hanno cessato di avere paura. Non vogliono lasciare il tempo al domatore di ristabilire la situazione di ricreare quella paura di morire che è peggio della morte. I siriani queste tigri dell’undicesimo giorno, sono in un tempo che il domtore non riesce ancora a immaginare, quella della sua messa in disoccupazione, dell’inutilità del suo sapere e della vacuità di una vita muta.

Il “giovane” Bashar al-Asad non si rende ancora contro che gli apparati politico-polizieschi hanno perso il potere d’ispirare la paura con la loro sola esistenza e con la violenza “esemplare” destinata a paralizzare i velleitari. Il potere-domatore reprime e la rabbia di libertà e di dignità del cittadino-tigre si gonfia.

Bashar al-Asad toglie lo stato di emergenza mentre i “domatori” sparano pallottole vere: i siriani non hanno bisogno di altri segnali per indovinare che il regime cerca di guadagnare tempo, sperando in una seconda onda per ristabilire il governo con la paura. Proprio per questo i siriani ritengono che dopo tutti questi morti, nessuna marcia indeitro sia ormai possibile.

Il regime ha ancora –forse – una possibilità per negoziare un vero cambiamento. Ma questa possibilità si assottiglia di giorno in giorno. Il regime non ha capito che la tigre siriana non vuole più tornare al decimo giorno.

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Siria

aprile 24, 2011

Pensando a quanto sta avvenendo in Siria mi sono ricordata di questo racconto di Zakariya Tamir, che avevo tradotto nel 2008-2009 con gli allievi di un corso (R: Arosio, M. Di Stefano, A. Memmo, E. Pretali e M. Zilioli) e che mi piace riproporvi.

 I dieci giorni della tigre

 La foresta sfumava in lontananza per la tigre prigioniera nella gabbia; non poteva dimenticarla e guardava con rabbia gli uomini che circondavano la sua gabbia e i loro occhi, privi di timore, che la fissavano con curiosità. Uno di loro parlò con voce calma, ma con tono di comando. “Se volete veramente imparare il mio mestiere, il mestiere di domatore, non dovete mai dimenticare che lo stomaco del vostro avversario è il vostro obiettivo principale e vedrete che questo mestiere è facile e difficile a un tempo. Osservate ora questa tigre arrogante, altera, orgogliosa della sua libertà, della sua forza e della sua calma, perché essa cambierà e diventerà docile, mite, ubbidiente come un bimbo piccolo; osservate ciò che accadrà tra chi possiede il cibo e chi no, imparate!”. Gli uomini si affrettarono a rispondere che sarebbero stati allievi diligenti per il mestiere di domatore, il domatore sorrise allegramente poi si rivolse alla tigre chiedendo con voce melliflua: “Come sta il nostro caro ospite?”

La tigre disse: “Portami del cibo senza indugio è l’ora del mio pasto”.

Il domatore sorrise con falso stupore: “Mi dai degli ordini mentre sei mia prigioniera? Sei una tigre buffa! Sii conspevole che io sono il solo qui che ha il diritto di dare ordini”.

La tigre replicò: “Nessuno da ordini alle tigri”.

Il domatore disse: “Ma adesso non sei una tigre, sei una tigre nella foresta, in gabbia sei solo una schiava che obbedisce agli ordini e fa quello che io desidero”.

Impulsivamente la tigre rispose: “Non sarò schiava di nessuno”.

“Sei obbligata a obbedirmi, perché io possiedo il cibo”.

“Non voglio il tuo cibo”.

Il domatore continuò: “Allora resta affamata, come desideri, non ti obbligo. Fa quello che vuoi”. E aggiunse, rivolto ai suoi allievi: “Vedrete come cambierà; l’orgoglio non riempie uno stomaco affamato”.

La tigre aveva fame, ricordava con tristezza i giorni in cui era libera come il vento, senza catene, quando attaccava la sua preda.

Il secondo giorno il domatore e i suoi allievi si avvicinarono alla gabbia della tigre e il domatore disse: “Sei affamata? Certamente sei affamata, la fame ti tormenta e ti fa soffrire. Di che sei affamata e otterrai la carne che desideri da me”.

La tigre rimase in silenzio e il domatore aggiunse: “Fa’ quello che dico e non irritarti. so che sei affamata, saziati subito.”

La tigre disse: “Sono affamata”.

Il domatore rise e disse ai suoi allievi: “Ormai è in trappola”. Diede ordini e alla tigre venne portata carne in abbondanza.

Il terzo giorno il domatore disse lla tigre: “Se vuoi mangiare, oggi devi fare quello che ti chiederò”.

La tigre rispose: “Non ti ubbidirò”.

L’uomo disse: “Non essere impulsiva! La mia richiesta è molto semplice. Tu adesso stai misurando la gabbia avanti e indietro, quando ti dirò ‘fermati’, ti devi fermare”.

La tigre pensò: “È proprio una richiesta sempice; non è obbligatorio essere così ostinata, e poi ho fame”.

Il domatore diede l’ordine in tono tranquillo: “Fermati”.

La tigre si immobilizzò subito e il domatore disse con voce allegra: “Sei stata brava”.

La tigre fu molto contenta e mangiò con voracità mentre il domatore diceva ai suoi allievi: “Fra qualche giorno diventerà una tigre di carta”.

Il quarto giorno la tigre disse al domatore: “Ho fame, ordinami di fermarmi”.

L’uomo disse ai suoi allievi: “Ecco che comincia ad amare i miei ordini”.

Disse poi alla tigre: “Oggi non mangerai se non imiterai il miagolio dei gatti”: La tigre represse la collera e pensò: “Se miagolo come un gatto mi divertirò”.

E imitò quindi il miagolio dei gatti, ma il domatore corrugò la fronte e disse con disapprovazione: “Il tuo miagolio è proprio brutto. Hai pensato che un ruggito fosse un miagolio”.

Allora la tigre imitò nuovamente il miagolio dei gatti, ma il domatore continuava a essere accigliato e le disse di tacere: “Zitta, zitta. La tua imitazione continua a essere un fallimento; oggi lascerò che ti alleni a miagolare e domani ti sottoporrò a una prova; se avrai buon esito mangerai, mentre se non riuscirai non mangerai”. Il domatore si allontanò dalla gabbia della tigre camminando a passi lenti e i suoi alliei lo seguirono mentre bisbigliavano ridacchiando. La tigre rivolse un richiamo alle foreste con umiltà, ma queste erano lontane.

Il quinto giorno il domatore disse alla tigre: “Forza! Se imiterai con successo il miagolio dei gatti otterrai un pezzo di carne abbondante”.

La tigre imitò il miagolio dei gatti e il domatore applaudì con gioia: “Sei formidabile, miagoli come un gatto in calore”. E le lanciò un grande pezzo di carne.

Il sesto giorno il domatore non si avvicinò alla tigre, allora essa si affrettò a imitare il miagolio dei gatti ma il domatore rimase immobile, aggrottando le sopracciglia. Le tigre disse: “Ecco, ho imitato il miagolio dei gatti”.

Il domatore disse: “Imita il raglio dell’asino”.

“Sono la tigre che tutti gli animali della foresta temono e devo imitare l’asino?” Piuttosto che eseguire questo ordine, morirò”.

Il domatore si allontanò dalla gabbia della tigre senza profferire parola.

Il settimo giorno il domatore si avvicinò alla gabbia della tigre sorridente e tranquillo. Le disse: “Non vuoi mangiare?”

“Voglio mangiare”.

“La carne che mangerai ha un prezzo, raglia e otterrai il cibo”.

La tigre tentò di ricordare la foresta, a non vi riuscì; chiudendo gli occhi emise un ruggito e il domatore disse: “Il tuo ruggito non avrà alcun risultato; tuttavia, per compassione, ti darò un pezzo di carne”.

L’ottavo giorno il domatore disse alla tigre: “Reciterò l’introduzione di un comizio, e, quando avrò finito, applaudirai con ammirazione”.

“Applaudirò” replicò la tigre.

Il domatore comiciò quindi a recitare il comizio dicendo. “Cittadini… In numerose occasioni precedenti abbiamo chiarito la nostra posizione riguardo a tutte le questioni relative alla sicurezza nazionale e questa posizione inflessibile e chiara non cambierà, anche se forze ostili cospirano contro di noi… Con la fede trionferemo”.

La tigre disse. “Non ho capito cosa hai detto”.

Il domatore replicò: “Devi provare amirazione per tutto ciò che dico e applaudire approvando”.

“Scusa, sono ignorante e analfabeta. Il tuo linguaggio è elevato, applaudirò come desideri”. Quindi applaudì.

A questo punto il domatore le disse: “Non mi piacciono l’ipocrisia e gli ipocriti. Oggi ti priverò del cibo per punizione”.

Il nono giorno il domatore arrivò portando con sé una balla di fieno, la presentò alla tigre e le disse: “Mangia”.

L’animale rispose: “Cos’è questa? Io sono carnivora”.

“Da oggi in poi non mangerai altro che fieno”.

E quando la tigre fu aggredita dai morsi della fame provò a mangiare il fieno, ma il suo sapore le repelleva e lo allontanò disgustata. Tuttavia vi tornò una seconda volta e a poco a poco cominciò a tollerarne il sapore.

E il decimo giorno sparirono il domatore e i suoi allievi, la tigre e la gabbia: la tigre divenne un cittadino e la gabbia una città.

Zakariya Tàmir