Da un po’ di tempo ho difficoltà ad accedere al mio blog su wordpress. Pertanto sono migrata su Altervista. La grafica mi piace meno, ma pazienza. Potete leggere letturearabe a questo indirizzo d’ora in poi:

letturearabe.altervista.org

Ci vediamo lì.

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marzo 8, 2010

Tutti gli autori dei testi tradotti pubblicati in questo blog sono stati informati e hanno consentito alla  traduzione e alla pubblicazione.

Krimaturium

agosto 13, 2011

ًًًًًًًًًًًًًًُW. Laredj, Krimaturium. Sunata li-ašbah l-Quds, Al-fadà’ al-hurr, al-Giazà’ir 2009

Due cose mi stupiscono sempre in relazione a Waciny: la prima, la sua capacità di scrivere quasi un libro l’anno e tutti molto corposi e intensi, spesso con alla base una ricerca storica e numerosi riferimenti a culture diverse e ad aspetti diversi all’interno di esse; la seconda è che, nonostante tutto questo, che già di per sé potrebbe essere motivo di interesse, da noi non “piaccia” (l’ho già detto qui).

Krimatorium (piccola  nota: ovviamente l’edizione in mio possesso, che ho acquistato ad Algeri, ha una copertina diversa da quella che qui riporto e che credo sia la prima; interessante notare il fatto che la parola Krimatorium, nell’edizione in mio possesso scritta a caratteri cubitali, qui non compare, o almeno io non la vedo) è un romanzo costruito come una sonata, come appunto ci ricorda il sottotitolo, che segue il percorso di May, un’artista legata al mondo della musica classica. La protagonista, lasciata Gerusalemme nel ’48 in modo tragico, all’estero ha intrapreso la carriera e, verso la fine della sua vita, dopo cinquant’anni di assenza, pensa se tornarvi almeno una volta…

La partitura musicale di cui è intessuto il romanzo viene abilmente eseguita da Yuba, un virtuoso di pianoforte che raccoglie i ricordi di May e se ne fa narratore, e costituisce il contrappunto ai ricordi di May e ai “documenti” di vario tipo che Laredj inserisce all’interno del romanzo per ricordare la questione Palestinese, oltre a un ulteriore percorso possibile, quello di una serie di quadri presenti nei musei di tutto il mondo  e che vengono citati all’interno del testo.

Ricordare sì, poiché se May ricorda, il romanzo costringe il lettore a ricordare la Palestina a non dimenticare il popolo palestinese e lo fa attraverso un testo estremamente equilibrato e triste e, forse proprio per questo, per non usare toni eccessivi, ancor più toccante.

Ricordare serenamente superando la paura, solo così il senso della parola ricordo significa perpetuare un’idea, un popolo, una causa e fornirgli consistenza:

“Non so fino a che punto i miei stancanti ricordi mi aiuteranno, ma finora non mi hanno tradito e non mi hanno ingannato come erano soliti fare nei momenti di paura” (p. 147).

‘A. Munìf, Ad-dimuqratiyya awwalan… ad-dimuqratiyya da’iman, co-edizione al-Mu’assasa al-‘arabiyya li-d-dirasàt wa-n-našr Bayrùt e al-Markaz ath-thaqàfi al-‘arabi li-n-našr a at-tawzi‘ Ad-dar al-baydà’ 2001. (la copertina dell’edizione in mio possesso è  differente)

Il bello delle librerie algerine è che vi trovi anche libri di dieci anni fa, non come da noi, dove quando cerchi un libro pubblicato sie mesi prima ti rispondono: “Eh, ma è vecchio!”. Mi piace starci per ore, soprattutto per trovare vecchie edizioni di romanzi o qualche libro introvabile.

Così ho comprato questo l’altro giorno. Ci tenevo, perché lo avevo avuto tra le mani, prestato, un po’ di tempo fa mentre scrivevo la recensione di Città di sale.

Si tratta di una raccolta di saggi scritti da Munìf in un arco di tempo che va dal 1985 al 1990 circa – la Prefazione scritta dall’autore data 1991 – nei quali il grande scrittore, e devo dire che forse come saggista lo preferisco, si occupa dei problemi politici del mondo arabo e degli intellettuali, del rapporto che questi intrattengono con il potere e di quello che, a suo parere, dovrebbero svolgere nella società.

Di questi tempi mi pare una buona lettura, tanto per ribadire che una coscienza politica e civile nel mondo arabo c’è sempre stata.

In un saggio del 1985, dal titolo Al-‘asr ar-radi’ wa-l-muthaqqaf as-sàmit (pp. 13-19), Munìf  discute l’utilizzo del termine radi’ per definire l’età araba contemporanea proponendo alcune osservazioni sulla società e gli intellettuali, che, nel titolo del saggio, sono definiti sàmit, silenziosi. E osserva, tra l’altro:

“[…] in secondo luogo egli [l’intellettuale] ha doveri e vincoli morali che oltrepassano il qui e ora e dev’essere un testimone del suo tempo. Afferma Brecht in una delle sue poesie:

Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Sì, chiederanno perché i poeti hanno taciuto è perché gli intellettuali erano assenti e perché la patria si è colmata di questo destino orribile di silenzio e nerezza?

… Ma se gli intellettuali dicessero e con sincerità quello che devono dire, forse la domanda cambierebbe” (p. 19)

(La poesia di Brecht è Nei tempi oscuri, da B. Brecht, Poesie, vol. II, 1934–1956, a cura di L. Forte, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino 2005, pag. 849:

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo
piatto sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?
).

Gli Arabi in Sicilia nei disegni di Bruno Caruso. Testi di Bruno Caruso, Giuseppe Quatriglio e brani dalla Biblioteca arabo-sicula di Michele Amari, Kalós, Palermo 2002.

Ogni tanto mi capita di avere per le mani un cosiddetto “bel libro”. Un libro cioè, che non apporta nulla di nuovo alle mie conoscenze ma che costituisce un piacere tutto fisico; per le dimensioni, il tipo di carta usato, il carattere a stampa, le immagini.

Gli Arabi in Sicilia nei disegni di Bruno Caruso è uno di questi libri.

Arrivato a me in dono da Daniela, una giovane siciliana molto appassionata di cultura araba – che mi ha fatto scoprire anche altre perle in verità – il volume raccoglie alcuni brani dalla Bilioteca di Michele Amari preceduti da due brevi saggi, il primo di Caruso stesso, che illustra con il suo tratto intenso le descrizioni di Idrisi, Ibn Giubayr, Ibn Hawqal.

Nella prima parte i disegni sono in bianco e nero, poi, nella sezione antologica passano al colore e colpiscono per l’espressività dei volti, solcati da rughe gli uomini e tutte occhi le donne.

Le parolacce in arabo

luglio 12, 2011

Aljarida pubblica nell’ultimo numero un articolo dal titolo “Posto che vai insulto che trovi” (p. 18-19). Mi ha colpito perché l’autore afferma, dopo aver sottolineato la presenza di parolacce in Italia come esperimento linguistico in continua evoluzione:

“In arabo sono molti gli insulti, ma poche le parolacce”.

Ohibò, anche in questo gli arabi sono “diversi”?

“Al contrario dell’italiano, la lingua araba è molto attenta a non incorporare intercalari volgari”.

Eh? Probabilmente vivo su un altro pianeta. O frequento le persone sbagliate, il che è altamente possibile. Ma a me risulta che le parolacce esistano in dialetto e in classico (la prima l’ho imparata da Abu Nuwàs).

Mannaggia. E io che una volta vecchia ho già il mio progetto di ricerca sul quale da anni raccolgo materiale: “Zibb, zuqq, zoz: il morfema zà’ quale indicatore di organi sessuali nel dialetto algerino”. Anni e anni di raccolta di materiale inutili.