L’anello di sabbia

gennaio 15, 2010

Fu’ad al-Takarli, L’anello di sabbia, traduzione di E. Diana, Edizioni lavoro, Roma 2007

Un architetto sceglie la poesia, ma la poesia non ha posto nella società patriarcale, violenta fisicamente, ma anche, e soprattutto, psicologicamente. Su questa linea si snoda il bel romanzo di Al-Takarli che ci parla del malessere del poeta e dell’intellettuale che vive la propria vita come al di fuori di se stesso e che, pur consapevole, non può far nulla per modificare il corso degli eventi, poiché il suo ruolo è quello di

“una macchia scura sullo sfondo luminoso della società irachena del tempo; una macchia che è sul punto di trasformarsi, senza un motivo comprensibile, in un’accusa e una condanna per le nostre civili e rispettabili istituzioni” (pp. 67-68).

Mentre la società che lo circonda gli chiede pressantemente di uniformarsi a un comportamento e a un modo di pensare che rientrino in uno schema accettabile, il protagonista cerca invano di far comprendere a chi lo circonda la presenza di “altri fattori” che lo spingono ad avere una prospettiva più ampia:

“talvolta siamo chiamati a impegnarci a fondo per comprendere e collocare, all’interno di un insieme più ampio, e al posto che a essi compete, gli eventi non pianificati e che si svolgono senza una chiara logica”. (p. 65)

In un paesaggio quasi costantemente piovoso, l’architetto poeta, troppo attento ai particolari, non può che andare incontro alla sua stessa fine. La società, infatti, non può tollerare una presenza disturbante e farà in modo che il suo passaggio venga cancellato, proprio come un anello di sabbia.

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