Fuga dall’inferno

aprile 27, 2011

Muhammar (sic!) Gheddafi, Fuga dall’inferno e altre storie, (trad. dall’arabo di A. Fallerini) manifestolibri, Roma 2006.

Già in questo post, avevo accennato a questa raccolta di racconti scritta da Gheddafi, citandolo, insieme ad altri noti capi di stato, per essere fra coloro che si sono dedicati alla messa per iscritto letteraria della propria esperienza di potere.

Riprendendo in mano oggi il volumetto trovo particolarmente istruttiva la prefazione di Valentino Parlato… chissà se oggi scriverebbe le stesse cose.

In ogni caso, secondo Parlato,

 “Fuga dall’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. […] Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. […] Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa (sic!) e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» escalama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti” (p. 11-12).

Personalmente ho parecchi dubbi sulla qualità letteraria dei racconti anche se alcuni li ho trovati divertenti. Di certo, permettono di comprendere quale sia il quadro politico entro il quale Gheddafi si muove.

Due considerazioni: la prima relativa a come il testo viene presentato, operazione che ultimamente mi capita sempre più spesso di veder attuata quando si tratta di libercoli dal dubbio valore che, per motivi diversi, vengono proposti come opere letterarie che pare superino persino i classici della letteratura mondiale. Come lettrice, rivendico il diritto a una “ecologia della lettura”.

La seconda al solito argomento mio e cioè al fatto che sia che l’autore abbia scritto il libro per l’interno sia che lo abbia fatto per un pubblico esterno (è sato tradotto anche in francese e in inglese prima che in italiano) egli ha evidentemente ritenuto che un prodotto letterario potesse essere più utile di un saggio politico alla diffusione del suo pensiero.

Per chi volesse confrontare Il Libro Verde e Fuga dall’inferno e non avesse il testo del primo segnalo due link da cui è scaricabile

Il Libro Verde versione italiana

Il Libro Verde versione araba

[Già prima di acquistarlo ho cercato in tutti modi di avere l’edizione originale ovviamente anche chiedendo a consocenti libici, senza tuttavia riuscirci. Dall’edizione di manifestolibri non sono neanche riuscita a desumere il titolo originale, che non viene riportato, così come non viene riportato dove o quando sia stato pubblicato in originale. Ogni suggerimento sarà gradito].

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Yemen

aprile 25, 2011

Non molto tempo fa, il comune dove abito ha organizzato una serata su quanto stava avvenendo in Egitto e Tunisia. Uno dei relatori, Giovanni Bianchi, Presidente dei Circoli Dossetti, molto colto ma poco conoscitore del mondo arabo, elencando i problemi di cui, a suo dire, soffre il mondo arabo, così si esprimeva: “Come mi dice un mio amico arabista il problema del mondo arabo è che non esiste società civile”. Una delle rare volte in cui al termine della serata sono intervenuta perché questa frase proprio non la sopporto.

Non so perché, questo episodio mi è tornato alla mente stasera, dopo aver sentito al radio giornale che il presidente dello Yemen ha ritrattato quanto affermato ieri, e cioè che se ne sarebbe andato in cambio dell’impunità…

Insieme a questo libro:

Sheila Carapico, Civil Society in Yemen. The political economy of activism in modern Arabia, Cambridge University Press, Cambridge 1998.

In esso l’autrice, che ha vissuto 4 anni in Yemen e ha condotto in un totale di 6 anni qualcosa come 2000 interviste sostiene che il volume non solo “offre un argomento a sostegno del fatto che la società civile in Yemen esiste, ma offre anche un’indagine sul modo in cui l’attivismo civico varia nel corso del tempo”.

[possiedo il libro in formato digitale, chi lo volesse può inviarmi una mail e glielo mando]

Fortemente consigliato all’arabista di cui sopra.

Un altro bel volume sullo Yemen è

Lisa Wedeen, Peripheral Visions. Publics, Power and Performance in Yemen, The University of Chicago Press, Chicago and London 2008

Una bella analisi di come, in presenza di uno stato debole, opera il nazionalismo e di come la rivendicazione di appartenenza a uno stato nazionale si articoli con altre esperienza di solidarietà.

Altri due consigli letterari ovviamente, ché la letteratura non deve mai mancare:

I. Camera d’Afflitto, a cura di, Lo Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli scrittori, Editrice Orientalia, Roma 2010

Un testo interessante per chi voglia conoscere qualcosa sulla letteratura yemenita e che, bisogna dirlo, indica come ancora una volta Camera d’Afflitto sia un passo avanti, c’è poco da fare. Tra l’altro con un bell’intervento di Roberta Denaro, di cui sono una grande fan, su Bilqìs.
Accanto a questo, ovviamente
M. Avino e I. Camera d’Afflitto, Perle dello Yemen, Jouvence, Roma 2009.
In particolare, adatto alla situazione attuale mi è parso “La fuga di un leader morto” di Zayd Sàlih al-Faqìh alle pp. 125-127.
Sarà un caso che le autrici di questi volumi sono tutte donne?
P. S.: credo di aver ripreso a postare, anche se i post saranno leggermente diversi.

Appena pubblicato il post precedente, leggo questo scritto di un mio amico algerino… alla faccia di chi mi ripete in continuazione che devo smettere di legare la politica alla letteratura.

(L’articolo è stato pubblicato su Le quotidien d’Oran il 23 aprile)

L’undicesimo giorno delle tigri

di K. Selim

Un racconto di incredibile concisione del siriano Zakariya Tamir, un favoloso creatore autodidatta, racconta come un domatore, circondato dai suoi allievi faccia piegare una tigre in dieci giorni. Dieci giorni di tortura ordinaria inflitta al cittadino arabo: disprezzo, obbligo di ascoltare i discorsi del capo. La tigre fa la fiera, ma il domatore ha esperienza e comincia ad affamarla e infine a forzarla a mangiare erba.

“Il decimo giorno delle tigri”, racconto apparso nel 1978, raccontava in modo esasperato dell’oppressione dell’individuo da parte di una macchina politico-poliziesca che sembrava, all’epoca, disporre dell’eternità davanti a sé. E che si dava i mezzi per domare le società e ottenerne consenso. Questo racconto narra l’impresa assoluta degli apparati di potere, dove il solo succedaneo di felicità individuale risiedeva nella sottomissione.

Zakariya Tamir, che ha dovuto scegliere l’esilio per evitare di essere domato, ha forse sognato che il decimo giorno della tigre non fosse definitivo e che ce ne sarebbe stato un undicesimo. Il domatore – il regime – ha troppo abusato della sua posizione di forza presunta e soprattutto della pazienza delle tigri siriane, che si erano messe a mangiare erba in considerazione dell’ambiente ostile nel quale si trova il loro paese. Ormai non l’accettano più.

E il racconto di Tamer ha un seguito. L’undicesimo giorno le tigri scoprirono che il paese erano loro e che i loro morti, per annullamento, per sottomissione, erano la morte di tutti. Decisero di non ascoltare più i discorsi del domatore, di non brucare più l’erba e di essere quello che la natura ha fatto di loro: creature libere.

L’undicesimo giorno le tigri siriane hanno manifestato e sono morte. Convinte che senza libertà e senza dignità sono già morte. L’undicesimo giorno le tigri di Siria hanno cessato di avere paura. Non vogliono lasciare il tempo al domatore di ristabilire la situazione di ricreare quella paura di morire che è peggio della morte. I siriani queste tigri dell’undicesimo giorno, sono in un tempo che il domtore non riesce ancora a immaginare, quella della sua messa in disoccupazione, dell’inutilità del suo sapere e della vacuità di una vita muta.

Il “giovane” Bashar al-Asad non si rende ancora contro che gli apparati politico-polizieschi hanno perso il potere d’ispirare la paura con la loro sola esistenza e con la violenza “esemplare” destinata a paralizzare i velleitari. Il potere-domatore reprime e la rabbia di libertà e di dignità del cittadino-tigre si gonfia.

Bashar al-Asad toglie lo stato di emergenza mentre i “domatori” sparano pallottole vere: i siriani non hanno bisogno di altri segnali per indovinare che il regime cerca di guadagnare tempo, sperando in una seconda onda per ristabilire il governo con la paura. Proprio per questo i siriani ritengono che dopo tutti questi morti, nessuna marcia indeitro sia ormai possibile.

Il regime ha ancora –forse – una possibilità per negoziare un vero cambiamento. Ma questa possibilità si assottiglia di giorno in giorno. Il regime non ha capito che la tigre siriana non vuole più tornare al decimo giorno.

Siria

aprile 24, 2011

Pensando a quanto sta avvenendo in Siria mi sono ricordata di questo racconto di Zakariya Tamir, che avevo tradotto nel 2008-2009 con gli allievi di un corso (R: Arosio, M. Di Stefano, A. Memmo, E. Pretali e M. Zilioli) e che mi piace riproporvi.

 I dieci giorni della tigre

 La foresta sfumava in lontananza per la tigre prigioniera nella gabbia; non poteva dimenticarla e guardava con rabbia gli uomini che circondavano la sua gabbia e i loro occhi, privi di timore, che la fissavano con curiosità. Uno di loro parlò con voce calma, ma con tono di comando. “Se volete veramente imparare il mio mestiere, il mestiere di domatore, non dovete mai dimenticare che lo stomaco del vostro avversario è il vostro obiettivo principale e vedrete che questo mestiere è facile e difficile a un tempo. Osservate ora questa tigre arrogante, altera, orgogliosa della sua libertà, della sua forza e della sua calma, perché essa cambierà e diventerà docile, mite, ubbidiente come un bimbo piccolo; osservate ciò che accadrà tra chi possiede il cibo e chi no, imparate!”. Gli uomini si affrettarono a rispondere che sarebbero stati allievi diligenti per il mestiere di domatore, il domatore sorrise allegramente poi si rivolse alla tigre chiedendo con voce melliflua: “Come sta il nostro caro ospite?”

La tigre disse: “Portami del cibo senza indugio è l’ora del mio pasto”.

Il domatore sorrise con falso stupore: “Mi dai degli ordini mentre sei mia prigioniera? Sei una tigre buffa! Sii conspevole che io sono il solo qui che ha il diritto di dare ordini”.

La tigre replicò: “Nessuno da ordini alle tigri”.

Il domatore disse: “Ma adesso non sei una tigre, sei una tigre nella foresta, in gabbia sei solo una schiava che obbedisce agli ordini e fa quello che io desidero”.

Impulsivamente la tigre rispose: “Non sarò schiava di nessuno”.

“Sei obbligata a obbedirmi, perché io possiedo il cibo”.

“Non voglio il tuo cibo”.

Il domatore continuò: “Allora resta affamata, come desideri, non ti obbligo. Fa quello che vuoi”. E aggiunse, rivolto ai suoi allievi: “Vedrete come cambierà; l’orgoglio non riempie uno stomaco affamato”.

La tigre aveva fame, ricordava con tristezza i giorni in cui era libera come il vento, senza catene, quando attaccava la sua preda.

Il secondo giorno il domatore e i suoi allievi si avvicinarono alla gabbia della tigre e il domatore disse: “Sei affamata? Certamente sei affamata, la fame ti tormenta e ti fa soffrire. Di che sei affamata e otterrai la carne che desideri da me”.

La tigre rimase in silenzio e il domatore aggiunse: “Fa’ quello che dico e non irritarti. so che sei affamata, saziati subito.”

La tigre disse: “Sono affamata”.

Il domatore rise e disse ai suoi allievi: “Ormai è in trappola”. Diede ordini e alla tigre venne portata carne in abbondanza.

Il terzo giorno il domatore disse lla tigre: “Se vuoi mangiare, oggi devi fare quello che ti chiederò”.

La tigre rispose: “Non ti ubbidirò”.

L’uomo disse: “Non essere impulsiva! La mia richiesta è molto semplice. Tu adesso stai misurando la gabbia avanti e indietro, quando ti dirò ‘fermati’, ti devi fermare”.

La tigre pensò: “È proprio una richiesta sempice; non è obbligatorio essere così ostinata, e poi ho fame”.

Il domatore diede l’ordine in tono tranquillo: “Fermati”.

La tigre si immobilizzò subito e il domatore disse con voce allegra: “Sei stata brava”.

La tigre fu molto contenta e mangiò con voracità mentre il domatore diceva ai suoi allievi: “Fra qualche giorno diventerà una tigre di carta”.

Il quarto giorno la tigre disse al domatore: “Ho fame, ordinami di fermarmi”.

L’uomo disse ai suoi allievi: “Ecco che comincia ad amare i miei ordini”.

Disse poi alla tigre: “Oggi non mangerai se non imiterai il miagolio dei gatti”: La tigre represse la collera e pensò: “Se miagolo come un gatto mi divertirò”.

E imitò quindi il miagolio dei gatti, ma il domatore corrugò la fronte e disse con disapprovazione: “Il tuo miagolio è proprio brutto. Hai pensato che un ruggito fosse un miagolio”.

Allora la tigre imitò nuovamente il miagolio dei gatti, ma il domatore continuava a essere accigliato e le disse di tacere: “Zitta, zitta. La tua imitazione continua a essere un fallimento; oggi lascerò che ti alleni a miagolare e domani ti sottoporrò a una prova; se avrai buon esito mangerai, mentre se non riuscirai non mangerai”. Il domatore si allontanò dalla gabbia della tigre camminando a passi lenti e i suoi alliei lo seguirono mentre bisbigliavano ridacchiando. La tigre rivolse un richiamo alle foreste con umiltà, ma queste erano lontane.

Il quinto giorno il domatore disse alla tigre: “Forza! Se imiterai con successo il miagolio dei gatti otterrai un pezzo di carne abbondante”.

La tigre imitò il miagolio dei gatti e il domatore applaudì con gioia: “Sei formidabile, miagoli come un gatto in calore”. E le lanciò un grande pezzo di carne.

Il sesto giorno il domatore non si avvicinò alla tigre, allora essa si affrettò a imitare il miagolio dei gatti ma il domatore rimase immobile, aggrottando le sopracciglia. Le tigre disse: “Ecco, ho imitato il miagolio dei gatti”.

Il domatore disse: “Imita il raglio dell’asino”.

“Sono la tigre che tutti gli animali della foresta temono e devo imitare l’asino?” Piuttosto che eseguire questo ordine, morirò”.

Il domatore si allontanò dalla gabbia della tigre senza profferire parola.

Il settimo giorno il domatore si avvicinò alla gabbia della tigre sorridente e tranquillo. Le disse: “Non vuoi mangiare?”

“Voglio mangiare”.

“La carne che mangerai ha un prezzo, raglia e otterrai il cibo”.

La tigre tentò di ricordare la foresta, a non vi riuscì; chiudendo gli occhi emise un ruggito e il domatore disse: “Il tuo ruggito non avrà alcun risultato; tuttavia, per compassione, ti darò un pezzo di carne”.

L’ottavo giorno il domatore disse alla tigre: “Reciterò l’introduzione di un comizio, e, quando avrò finito, applaudirai con ammirazione”.

“Applaudirò” replicò la tigre.

Il domatore comiciò quindi a recitare il comizio dicendo. “Cittadini… In numerose occasioni precedenti abbiamo chiarito la nostra posizione riguardo a tutte le questioni relative alla sicurezza nazionale e questa posizione inflessibile e chiara non cambierà, anche se forze ostili cospirano contro di noi… Con la fede trionferemo”.

La tigre disse. “Non ho capito cosa hai detto”.

Il domatore replicò: “Devi provare amirazione per tutto ciò che dico e applaudire approvando”.

“Scusa, sono ignorante e analfabeta. Il tuo linguaggio è elevato, applaudirò come desideri”. Quindi applaudì.

A questo punto il domatore le disse: “Non mi piacciono l’ipocrisia e gli ipocriti. Oggi ti priverò del cibo per punizione”.

Il nono giorno il domatore arrivò portando con sé una balla di fieno, la presentò alla tigre e le disse: “Mangia”.

L’animale rispose: “Cos’è questa? Io sono carnivora”.

“Da oggi in poi non mangerai altro che fieno”.

E quando la tigre fu aggredita dai morsi della fame provò a mangiare il fieno, ma il suo sapore le repelleva e lo allontanò disgustata. Tuttavia vi tornò una seconda volta e a poco a poco cominciò a tollerarne il sapore.

E il decimo giorno sparirono il domatore e i suoi allievi, la tigre e la gabbia: la tigre divenne un cittadino e la gabbia una città.

Zakariya Tàmir

Mio signore, mio carnefice

aprile 17, 2011

H. al-Shaykh, Mio Signore, mio carnefice, Piemme, Milano 2011

In libreria l’occhio mi cade su questo libro e mi blocco, perché fra i titoli dei romanzi della scrittrice questo proprio non lo ricordo. Lo prendo comunque in mano assalita da un dubbio , lo apro e sì, è così: questo è il titolo italiano di Hikayat Zahra.

In questo post, avevo inserito questo libro nella sezione “Le traduzioni che vorrei” e confesso che mi sarebbe piaciuto essere io a tradurlo, ma la cosa più importante è che sia disponibile, finalmente, in italiano.

Tuttavia sono veramente stufa. Stufa di questa manipolazione dei titoli. All’interno del volume leggo: Titolo originale Hikayat Zahra (pubblicato in inglese con il titolo The Story of Zahra). E allora, perché diavolo la Piemme ha deciso di intitolarlo Mio Signore, mio carnefice, come un film porno da quattro soldi? Con una bella immagine di donna – velata ovviamente – persino dietro sbarre e, come se non bastasse, di spalle. Il massimo. Davvero.

Chi sia poi il signore-carnefice, non è dato sapere, il romanzo proprio, parla d’altro.

L’eurocentrismo eteropatriarcale ha colpito ancora.

Un grande romanzo rovinato da un titolo.