Hors-la-loi

giugno 12, 2011

Hors-la-loi di Rachid Bouchareb, Francia Algeria Belgio, 2010, 137 minuti, arabo e francese

Forse per la prima volta la lotta degli algerini per l’indipendenza viene proposta in una cornice diversa dal solito. Non si tratta infatti qui di un documentario o di un film che fa riferimento a fatti realmente accaduti con inserzione di spezzoni di documentario, ma di una vera e propria fiction.

Intendiamoci, il film fa riferimento a fatti realmente accaduti come il massacro di Setif, ma siamo di fronte a un vero e proprio film, molto curato nel dettaglio, dove per la prima volta lo spettatore è portato a identificarsi con i tre protagonisti. E proprio per questo, credo, l’uscita del film in Francia ha scatenato nuove polemiche, in un paese – ma non è l’unico – dove proprio si fatica a rielaborare una parte scomoda della propria storia.

Un film sicuramente da vedere, tanto più che è uscito anche nelle sale italiane, probablmente perché alla produzione hanno parteicpato Canal+ France 2 e France 3.

Ho trovato interessante confrontare tre diverse locandine del film, quella dell’edizione originale francese, quella inglese e quella italiana.

In quella francese otre al titolo è scritto “tre fratelli, tre destini”, in quella inglese, “tre fratelli, un destino, la libertà a ogni costo”, in quella italiana nulla. Nella prima l’imagine dei tre fratelli riempie lo spazio, in quella inglese, la bandiera sullo sfondo è quella francese, in quella italiana è quella algerina.

La traduzione del titolo, poi, non finisce di piacermi. Ne ho discusso con Elisabetta, che si sta occupando del film per motivi di studio, ma on siamo giute a una vera e propria conclusione…

Come mi dice, la presenza dei trattini tra le parole Hors-la-loi nella versione originale è fondamentale (Hors la loi/Hors-la-loi):

HORS-LA-LOI, subst. masc. inv.
Individu qui se met ou que l’on met hors des lois à cause de ses agissements ou de ses forfaits. Il était toujours prêt à donner refuge aux hors-la-loi italiens dont le gouvernement suisse avait ordonné l’expulsion (MARTIN DU G., Thib., Été 14, 1936, p. 233). J’imaginais cet éclair droit et blanc, la lame; elle s’enfonçait comme dans du beurre et ressortait par le dos du hors-la-loi, qui s’écroulait sans perdre une goutte de sang (SARTRE, Mots, 1964, p. 59). V. aussi hospitalité D ex. GONCOURT. Prononc. et Orth. : init. asp. Au plur. des hors-la-loi. V. hors. Étymol. et Hist. 1832 subst. hors de la loi « situation de celui qui n’est plus protégé par la loi » (RAYMOND). Calque à l’aide dehors* et de loi*, de l’angl. out-law (d’où le fr. out-law*); cf. av. 1799 BEAUMARCHAIS,Mém., p. 327 ds BRUNOT t. 9, p. 874, note 2 : Sous l’Anc. Régime, on avait empr. le terme lat. de dr. angl. ex-lex (out-law). Je ne sais pas ce qu’on appelle en Angleterre ex-lex, hors la loi…; déjà en a. fr. ca 1283 : il est hors de la loi mondaine (v. hors A) et a. pic.mener aucun hors loy « traiter au mépris des règles du droit » fin XIIIe s. Livre Roisin, éd. R. Monier, 202. Fréq. abs. littér. : 17.
“Ciò non toglie che una certa ambiguità permanga (soprattutto pronunciando il titolo oralmente, laddove i trattini non si vedono!). Per questo, mi sembra che “Al di fuori della legge” sia una buona soluzione, che permette di mantenere l’ambiguità. Di sicuro, “Uomini senza legge” è la scelta meno appropriata e più vincolante nell’indirizzare lo sguardo dello spettatore”.
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The English Harem

agosto 31, 2010

The English Harem, film per la TV, regia di Robin Shepperd, GB 2005

Nella società inglese che possibilità ha una giovane romantica di veder realizzati i propri sogni stando tutto il giorno dietro la cassa di un supermercato? Molto poche. Così Martine McCutcheon, protagonista di The English Harem – per chi non la ricordi era la cameriera del primo ministro Hugh Grant in Love Actually – col suo viso dolce, i suoi sogni e la sua rahma non è soddisfatta, tanto che riesce a farsi licenziare per non aver impedito a un cliente un piccolo furto.

Alla ricerca di un lavoro capita in un ristorante il cui proprietario è un persiano (Art Malik), molto affascinante, persona molto seria, musulmano sciita praticante, molto ricco. Gli ingredienti ci sono tutti, il maktùb fa la sua parte (non posso raccontarvi proprio tutto) e va da sé che i due si innamorano profondamente. Ma qui cominicano i guai.

Già perché il “musulmano” ha due mogli – vedove di un suo fratello deceduto che egli si è sentito in “dovere” di sposare pur non avendo con loro rapporti (“ever” afferma il protagonista) per responsabilità morale e per un totale di quattro figli. E la condizione di terza moglie, l’unica che ama, non è gradita all’ex fidanzato della ragazza…

Il film scorre rapido, divertente, con alcuni episodi che fanno pensare, con un po’ di dramma e alcune risate. Insomma c’è proprio tutto. Ed è completamente dalla parte dei musulmani. Al punto che, quando  per poter avere un incontro carnale i due contraggono un matrimonio mut‘a e si recano in un albergo (favoloso albergo, intendiamoci bene!) il matrimonio temporaneo ci viene proposto come se fosse la cosa più bella del mondo, situzione che ogni ragazza vorrebbe per sé.

Intendiamoci, il film mi è piaciuto, proprio perché per una volta i musulmani vengono presentati come gli altri e perché, pur affrontando anche il tema del razzismo e della violenza, lo fa con ironia, senza esagerare né con l’apologia dell’Islàm, né con il “siamo tutti fratelli”.

Da vedere.

R. Hillauer, Encyclopedia of Arab Women Filmmakers, The American University in Cairo Press, Cairo New York 2005

Un altro bel volume di circa 500 pagine che ci introduce nel mondo del cinema arabo fatto dalle donne. Sorprendente, come l’autrice stessa scrive nella prefazione, per ricchezza. Un volume che, afferma Hillauer, è cresciuto col procedere della ricerca ben oltre le aspettative.

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‘Ayn šams (Ein shams)

aprile 27, 2010

‘Ayn šams, regia di I. al-Battùt, Egitto 2007
Golden Tauro al Taormina Film Festival del 2008, Golden Hawk all’Arab Film Festival di Rotterdam 2008, Internationa Carthage Festival Award 2008

In Egitto vengono prodotti circa 100 film “independenti” all’anno, perlopiù cortometraggi, realizzati con tecnica digitale. Grazie al supporto di organizzazioni culturali straniere, sin dall’inizio degli anni ’90, molti giovani alle prime armi o assistenti di registi del cinema cosiddetto mainstream o commerciale, ebbero l’opportunità di cimentarsi col mezzo audiovisivo, con la facoltà di potersi esprimere senza tabù o riverenze. Da allora, altri enti privati hanno sostenuto il movimento, tra cui Semat, al-Warsha e la Scuola Gesuita. Non tutti i lavori autodefiniti di sinima mustaqilla, tuttavia, sono stati concepiti dai loro autori come necessariamente antitetici rispetto al cinema commerciale. C’è chi usa una tecnologia a basso costo per cercare di catturare l’attenzione dei canali di produzione, e anche chi si esprime col digitale perché la considera una forma artistica bastante a se stessa. Muhammad Mamduh, studiando il fenomeno, nota che la definizione di questa forma d’arte è attualmente molto labile. Se forse non è ancora giunto il momento di considerarlo un nuovo genere, si può tuttavia ipotizzarne una rapida e maestosa espansione.

Ibrahim al-Battut è uno dei più acclamati registi della corrente del cinema indipendente nel mondo arabo. Già la sua prima opera, Ithaki (2005), gli aveva portato fama e riconoscimenti in patria e all’estero. Dopo una laurea conseguita all’American University del Cairo, nel 1985, inizia la sua carriera come giornalista di guerra, catturando con la videocamera i drammi di conflitti sanguinosi in tutto il globo, dal Kosovo all’Iran-Iraq, dal Libano al Sri Lanka, passando per la Palestina, la Somalia e l’Afghanistan. L’esperienza dei suoi reportage filtra anche nel suo secondo lungometraggio di fiction, ‘Ayn Shams (2008).

Recatosi nell’agosto 1998 a ‘Ayn Shams, un anonimo quartiere popolare del Cairo, per documentare con la sua videocamera una manifestazione antigovernativa, viene ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Egli stesso dichiara: “Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra […]. ‘Ayn Shams mi affascinava da tempo, così scrissi subito una storia che poteva essere ambientata lì, utilizzando anche materiale che avevo girato durante la mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista, che avevo deciso di iniziare proprio in quel quartiere, circa 20 anni fa”.

In ‘Ayn Shams si intrecciano le storie di diversi personaggi, raccontati da una voce onnisciente fuoricampo. Ecco Ramadan, tassista e autista privato di un uomo d’affari; la figlioletta undicenne Shams, vivace e creativa, che coltiva il sogno di visitare il centro del Cairo; la giovane dottoressa Meryem, di ritorno da una missione in un ospedale iracheno, testimone della catastrofe causata da una assurda guerra. L’uranio impoverito, arma “regalata” dalla coalizione occidentale alla popolazione dell’Iraq, distrugge dal 1991 intere generazioni. Parallelamente, sulle sponde del Nilo, l’uso incontrollato di pesticidi e di ormoni spegnerà il fiore di una giovane vita, tra l’incoscienza della popolazione e le omissioni della rampante classe politica locale.

al-Battut disegna, con contorni più che realistici e taglio documentaristico, le sofferenze di due paesi: l’Iraq, devastato in nome della “democrazia occidentale”, e l’Egitto, contaminato dai veleni e dalla corruzione politica. In un gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra locale e globale, si gioca la sorte dei cittadini del mondo arabo.

Dopo esser stato bloccato della censura per più di un anno, il film è stato proiettato anche in Egitto.

Aldo Nicosia

 

 

 

CousCous

aprile 20, 2010

CousCous di Abdel Kechiche, titolo originale: La graine et le moulet, Francia 2007, 151′

A volte, nella vita, capitano eventi che ci schiacciano completamente e che rimettono in discussione tutta la nostra esistenza. Così accade al protagonista di Couscous, che si ritrova senza lavoro dopo un percorso più o meno simile a quello di tanti immigrati maghrebini in Francia e che inizialmente sembra non riuscire a reagire.

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