Beh, una volta tanto, permettetemi di parlare di me….

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T. Rossi, Gente di corsa,  translated by ‘A. Anaya, Garzanti, Arabic/Italian edition, Tunis 2002.

I usually translate from Arabic into Italian and, as I have written here more than once, I’m of those who think an ethic of translation does exist and that translators have a responsibility, especially when translating literature since an “ethnocentric translations violence” has always been perpetrated and perpetuated.

I do not translate from Italian into Arabic – except for some seasons greetings or short sentences some friends ask me for – and in no way as a rewarded job. This should be done by Arabic mother tongue translators.

This does not prevent me from reading really bad translations into Arabic on banners or advertising, bad not because they are grammatically incorrect but most because they do not make sense in Arabic; that is to say to translate something more than a language’s knowledge is needed.

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Gente di corsa

dicembre 19, 2010

T. Rossi, Gente di corsa,  trad. di ‘A. Anaya, Garzanti, edizione araba con testo a fronte, Tunisi 2002.

[post un po’ lungo, lo so] english version here

In genere ci occupiamo di traduzione dall’arabo all’italiano e, come abbiamo avuto modo di scrivere nei diversi post al riguardo, siamo di quelle che ritengono che esiste un’etica della traduzione e che il traduttore/la traduttora abbiano una responsabilità specialmente nel tradurre letteratura, visto che storicamente è stata perpetrata e perpetuata una “violenza etnocentrica della traduzione”.

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L’islam agressé

settembre 2, 2010

H. Mimouni, L’islam agressé, Entreprise Nationale du Livre, Alger 1990

Ogni tanto mi capita di acquistare dei libri senza sapere bene perché per una vocina che mi dice “prima o poi ti servirà, verrà buono”. Così è stato per questo. Quest’estate per far passare le lunghe giornate canicolare ho letto parecchio, fra gli altri, questo.

La tesi dell’autore – molto preparato nella sua materia preciso – è che vi sia un complotto nei confronti del Corano (il riferimento è l’area francofona) cosa che egli si propone di dimostrare analizzando le diverse figure di traduttori del Corano e le loro traduzioni.

Mimouni non risparmia nessuno: da Massignon, che viene presentato nella sua veste politica, a Balchère ad alcuni traduttori madrelingua, la sua accetta è affilata. Non approva la numerazione in numeri romani delle sura, posto che “da oltre cinquant’anni gli editori della Bibbia non utilizzano più le cifre romane, ma quelle arabe. Questo semplice, piccolo fatot ha un significato e un nome: Il compesso di inferiorità … e quando il traduttore non è musulmano è voluto” (p.72)

Ma il lato più interessante del libro è il commento alle traduzioni. Mimouni analizza sette traduzioni – Kazimirsky, Masson, Pesle, Blachère, Hamidoullah, Mazigh, Kechrid – di ampi stralci tratti da surat al-baqara. E, nonostante il tono un po’ esaltato, si scoprono cosucce molto interessanti, oltre al fatto che il tutto viene presentato con una fortissima dose di ironia.

Tanto per fare un esempio riporto il commento al v. 11 ( إنما نحن مصلحونّ)

(da qui fino al numero di pagina è tutto testo di Mimouni)
Kazimirsky: Loin de là, nous y faisons fleurir l’ordre
Pesle: Ils répondent: “au contraire, nous faisons le bien”
Blachère: Ils répondent. “nous sommes seulement des réformateurs”
Hamidoullah: Ils disent: “nous ne sommes que des réformateurs”
Masson: Ils répondent: “nous ne sommes que des réformateurs”
Kechrid: Ils disent: “nous ne sommes que des réformateurs”

“Questo versetto fa riferimento agli ipocriti di Medina, che cercavano di stringere accordi con gli ebrei e i Qoreisciti contro i Musulmani. Accusati, per difendersi sostenevano che questi contatti erano solo in vista di una conciliazione con i Musulmani.
È divertente constatare come che i traduttori abbiamo tutti utilizzato il termine “riformatori”.
I membri del movimento Salafi “Associazione degli Ulema d’Algeria”, nato agli iniizi delgi anni ’30 chiamavano se stessi “Muslihin” e l’amministrzione francese li soprannominava i “riformatori”, considerandoli come una nuova chiesa nell’Islam, come fu il caso di Lutero e Calvino ml Crisitanesimo. Da qui l’uso di “riformatori” per “muslih” nelle traduzioni posteriori al 1930.

La traduzione esatta sarebbe:
Essi dicono: “non siamo che dei conciliatori”.
Il termine salaha significa rendere buono, conciliare, quando fa riferimento ai rapporti fra le persone” (p. 74)
Non si salva nessun traduttore del Corano.
Ho cercato di contattare questo autore, per ora senza successo. Ho solo trovato un sito (les tyrans du monde, già il titolo!) dove vengono riportati alcuni capitoli  del volume.

D. Gutas, Pensiero greco e cultura araba, Einaudi, Torino 2002 (titolo originale Greek Thought, Arabic Culture: the Graeco-Arabic translation movement in Baghdad and early ‘Abbasid society (2nd-4th/8th-10th c.)

Come esplicita molto bene il titolo originale questo libro parla di traduzione (ma chissà perché in italiano questo aspetto scompare). E ne approfittiamo per parlare di questo più che del contenuto in senso stretto. Passato inosservato quando è uscito nel 2002, oggi ristampato, questo testo si occupa di traduzione e ideologia nel primo periodo abbaside.

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