Ultimamente rifletto forse un po’ troppo sulla questione della conoscenza e, fra le varie cose su cui rifletto in quest’ambito, c’è quella della lettura.

In poche parole mi pare ci sia una ridondanza informativa che genera un rumore di fondo estremamente disturbante e la consapevolezza che quanto viene prodotto è superiore alla possibilità di smaltimento. Di conseguenza è certo che l’interesse è più volto  a soddisfare il mercato che la conoscenza.

In un certo senso si tratta di una sorta di inquinamento dell’orizzonte culturale nel quale è  difficilissimo operare una cernita, selezionare quelle letture che sono ecologiche, compatibili cioè con l'”ambiente” culturale di ciascuno.

Se la quantità è inversamente proporzionale alla qualità, esiste tuttavia una “zona”  franca nella quale il libro di qualità (ovviamente per contenuto) esiste, peccato che non sia accessibile ai più. La politica culturale degli ultimi vent’anni circa non ha fatto altro che esasperare una tendenza latente, ossia quella di selezionare una fascia di mercato élitaria, relegando la maggioranza a un analfabetismo  permanente.

Me ne rendo sempre più conto leggendo, percepisco, in fondo, l’inutilità di molte letture, dalle quali non imparo proprio nulla, non vengo stimolata e soprattutto resto delusa perché mi paiono estremamente descrittive e introduttive ma non arrivano al nocciolo: proprio quando l’inquadramento è terminato e si dovrebbe passare al dunque, il libro termina. La domanda che mi pongo spesso è: e allora?

È vero che sono un resistant reader, ma forse proprio per questo voglio qui difendere la lettura e il lettore non professionista, diciamo così.

Per questo ho usato l’espressione “ecologia della lettura”, per indicare la possibilità di riportare il lettore al centro del processo di produzione e distribuzione di un libro, che per questo dev’essere scritto, e non per scopi personali o di carriera.  L’ecologia della lettura prevede anche il diritto di non leggere alcuni libri.

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