The idea of a university

luglio 11, 2011

Ieri ho passato la giornata con la mia amica Barbara in campagna. Una giornata molto piacevole e “chiacchierosa”. Come ha commentato al momento di lasciarci, abbiamo “rifatto l’università italiana”. A parole.

Ripensando a quanto ci siamo dette linko duepezzi interessanti:

il primo The idea of a university, cerca di rispondere alla domanda: what are universities for?

Il secondo, Prime note per una biografia del rettore riformatore, racconta di un’esperienza italiana.

Trovo che la lettura comparata dei due sia illuminante.

Un anno fa circa, il Comune della città dove risiedo ha pubblicato un opuscolo dal titolo “Nate libere… dalla violenza” tradotto in varie lingue, tra cui l’arabo. Ovviamente si vuole arrivre al pubblico straniero, alle donne in questo caso, ma per farlo NON si vogliono spendere soldi. Semplice no?

Vedo l’opuscolo – che potete scaricare qui – e, neanche da dirlo, passo subito alla versione araba. No comment. Ho l’occasione di partecipare a un incontro con la persona che ha promosso l’iniziativa e con bei modi – giuro, quando voglio ne sono capace – le dico in separata sede che ci sono diversi errori. La risposta è piuttosto divertente: “Strano, sai, l’abbiamo fatta fare a — perché ci interessava mantenere una relazione, ma io poi l’ho fatta leggere AL MIO PORTINAIO e lui si è messo a piangere dicendomi, che bell’arabo!”.

Malignamente fra me e me penso che forse il portinaio era analfabeta in ‘arabiyya, per questo si è messo a piangere.

In occasione di un accessissimo dibattito intorno alla questione moschea, un partito decide di fare un manifesto di solidarietà in lingua araba. Mi viene chiesto di darci un occhio. Sapendo chi lo ha tradotto, per evitare discussioni, accetto ma chiedo di mantenere l’anonimato. Rivedo il testo. Il manifesto viene stampato e affisso in città esattamente nella prima versione, con parecchi errori (un errore di file probabilmente, m a nessuno è venuto in mente di farmi vedere le bozze prima di stampare…). Il titolo, tanto per dire, “Stop al razzismo” è stato tradotto con وقف للعنصورية

In occasione sempre della campagna contro la violenza sulle donne viene prodotto un altro opuscolo quest’anno “InFormate per ReAgire!”, ovviamente anche in arabo. La parte in arabo è per lo più illeggibile (problemi di conversione file) e quel poco che è leggibile fa paura:

“La violenza ha mille volti, impariamo a riconoscerli. Tutte insieme possiamo fare qualcosa di speciale. Ci sono persone che ci possono aiutare e sostenere, noi donne non dobbiamo aver paura. Portate questo opuscolo con voi, donatelo ad amiche o conoscenti se avete il dubbio di trovarvi di fronte a una richiesta di aiuto. Uscire dalla violenza si può: questo è un primo passo” ed ecco la traduzione:

العنف وجوه كثيرة، وتعلم أن يتعرف عليهم. معا يمكننا ان نفعل شيئا خاصا، هناك أناس يمكن أن تساعدنا والدعم، ويجب علينا أن النساء لا تخافوا. جلب هذا الكتيب معك، دونال لشخص ما إذا شك في أننا نواجه طلبا للمساعدة. إنها العنف قد: هذه هي الخطوة الأولى

Non male eh? Ovviamente, non so perché insisto ma è più forte di me, ho fatto presente la cosa. Ma è battaglia persa, l’associazione difende a spada tratta chi ha tradotto (che NON èun traduttore, sia chiaro), perché “ha un buon livello di istruzione”.

Tutto ciò per dire che trovo profondamente razzista e offensivo nei confronti degli arabi questo modo di gestire le traduzioni solo per non pagarle il dovuto e offensivo anche nei confronti di chi traduttore lo è per mestiere. Ma del resto si sa, quello dl traduttore è un lavoro non considerato come tale. Del resto l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Così cita il testo dell’art. 1 della Costituzione, tradotto in arabo dalla provincia di Milano in occasione del 60° della Costituzione (e dove, si noti bene, per ben 14 lingue in cui è stata tradotta il traduttore non viene mai nominato) come segue:

إيطاليا جمهورية ديمقراطية قائمة على العمل

E io me la vedo, l’Italia, impettita, in piedi, sull’attenti che con tutto il suo peso grava sul lavoro del traduttore da e in arabo.

Odio l’amore

giugno 18, 2011

Un altro grande poeta marocchino esponente del movimento di prosa poesia. Da leggere da leggere da leggere.

Odio l’amore

Non amo i cordogli,
Autentici complimenti in ritardo
E gentilezze
Che biascichiamo dopo lo scadere del tempo
Odio gli elogi,
Menzogne eloquenti
 
Non amo la poesia classica
Perché ha bisogno di libri di commento
E di battaglioni di interpreti
Odio la critica contemporanea
Moneta facile
 
Non amo i quaderni di brutta
Mi ricordano poesie
Incomplete
E odio le poesie pubblicate
Mi spiace che non saranno mai complete
 
Non amo la celebrità
Le luci uccidono
E io non sono ingenuo come la farfalla
E odio vivere nell’ombra
Esattamente come un frutto in potenza
Che non sarà mai maturo
 
Non amo avere un naso
“Un naso in rilievo come una frase eccettuativa”
Odio avere due gambe
Perfettamente uguali
Come una scala che non serve a nulla
Perché senza gradini
 
Non amo la macchina
Veicolo frivolo
Che ha bisogno di quattro ruote
Per trovare stabilità
E odio la bicicletta
Perché si muove
Come qualsiasi codardo uccello meccanico
Che non ha la forza di volare
 
Non amo essere chiamato
Tàhar el-Marrakši
Così come odio essere additato
Odio i sorrisi rossicci
Che maltrattano il mio nome negli uffici comunali
Chiamadomi ogni volta:
“Monsieur Tà’à ‘Adnàn!”
 
Non amo l’odio
Perché è spesso gratuito
Senza ragioni fondate
E odio l’amore
Perché costa caro
 
Non amo la domenica
Perché è un giorno pigro,
Mi ricorda che: domani si ricomincia
E odio il lunedì
(Vedi domenica)
 
Non amo vivere solo
La solitudine è gelida
Come una notte di dicembre
In cui ho sofferto per il calorifero guasto
E odio vivere con gli altri:
È un inferno
 
Non amo
Che il mio sangue scorra
Senza poterlo fermare
E odio essere privo di sangue
 
Non amo l’orologio a muro
Perché mi ricorda
Il tempo perso
E odio l’orologio da polso
Perché compete con i battiti del cuore
 
Non amo la pace
Perché rende monotona la vita
E senza gusto
E odio la guerra
Perché è il contrario della pace
 
Non amo la vita
Perché è figlia di cagna
E odio la morte:
il suo ultimo latrato.

Taha Adnan, Budapest 2005

أكره الحبّ

giugno 18, 2011

T. ‘Adnàn, Akrahu l-hubb, Dàr an-nahda, Bayrùt 2008

 

أكره الحبّ

لا أحبّ الرثاء

لأنه محضُ مجاملاتٍ متأخرةٍ

وملاطفاتٍ

نلوكها بعد فوات الأوان،

وأكره المديح

لأنه كذبٌ فصيح.

لا أحبّ الشعر القديم

لأنه يحتاج إلى كتب الشّرح

وكتائب الشُرّاح،

وأكره النقد المعاصر

لأنه عُملة سهلة.

لا أحبّ المسوّدات

تذكّرني بقصائد

لم تكتمل بعد،

أكره القصائد منشورةً

يؤلمني أن لن تكتمل قطّ.

لا أحبّ الشهرة

الأضواء تقتل

وأنا لستُ معتوهاً كالفَراش،

وأكره العيش في الظلّ

تماماً كأيّ ثمرة انطوائية

لن تنضج أصلاً.

لا أحبّ أن يكون لي أنفٌ

– أنفٌ ناتئٌ كجملة اعتراضية –

وأكره أن يكون لي ساقان

متساويان كسلّم لا يصلح لشيء

لأنه بدون درجات.

لا أحبّ السيارة

فهي عربة رعناء

يلزمها أربع عجلات

لكي تبقى على قيد التوازن،

وأكره الدرّاجة

لأنها تجري

كأي عصفور معدني جبان

لا يقوى على الطيران.

لا أحبّ أن أدعى طاهر المراكشي،

ومثلما أكره أن يُشار إليَّ بالبَنان

أكره الابتسامات الشقراء

تنكّل باسمي في مصالح البلدية

عند كلِّ نداء :

“موسيو تاءآ أدنان”.

لا أحبّ الكره

لأنه غالباً ما يكون مجانياً

وبلا أسباب وجيهة

وأكره الحبّ

لأنه مكلّف للغاية.

لا أحبّ الأحد

لأنه يوم كسول

يذكّرني بأنَّ : غداً أمرٌ،

وأكره الاثنين

(أنظُر الأحد).

لا أحبّ العيش وحيداً

فالوحدة باردة

كلَيلةٍ ديسمبرية

مُنيت بعطبٍ في جهاز التدفئة،

وأكره العيش مع الآخرين:

إنه الجحيم.

لا أحبّ أن يكون عندي

دمٌ يجري

ولا سبيل إلى اللحاق به،

وأكره ألاّ يكون عندي دم.

لا أحبّ ساعة الحائط

لأنها تذكرني بالعمر الضائع،

وأكره ساعة اليد

لأنها تسابق دقات القلب.

لا أحبّ السلم

لأن الحياة تصير رتيبةً معها

وبلا طعم

وأكره الحرب

لأنها عكس السلم.

لا أحبّ الحياة

لأنها بنت كلب،

وأكره الموتَ :

نباحَها الأخير.

طه عدنان

بودابست – مارس 2005

Ultimamente rifletto forse un po’ troppo sulla questione della conoscenza e, fra le varie cose su cui rifletto in quest’ambito, c’è quella della lettura.

In poche parole mi pare ci sia una ridondanza informativa che genera un rumore di fondo estremamente disturbante e la consapevolezza che quanto viene prodotto è superiore alla possibilità di smaltimento. Di conseguenza è certo che l’interesse è più volto  a soddisfare il mercato che la conoscenza.

In un certo senso si tratta di una sorta di inquinamento dell’orizzonte culturale nel quale è  difficilissimo operare una cernita, selezionare quelle letture che sono ecologiche, compatibili cioè con l'”ambiente” culturale di ciascuno.

Se la quantità è inversamente proporzionale alla qualità, esiste tuttavia una “zona”  franca nella quale il libro di qualità (ovviamente per contenuto) esiste, peccato che non sia accessibile ai più. La politica culturale degli ultimi vent’anni circa non ha fatto altro che esasperare una tendenza latente, ossia quella di selezionare una fascia di mercato élitaria, relegando la maggioranza a un analfabetismo  permanente.

Me ne rendo sempre più conto leggendo, percepisco, in fondo, l’inutilità di molte letture, dalle quali non imparo proprio nulla, non vengo stimolata e soprattutto resto delusa perché mi paiono estremamente descrittive e introduttive ma non arrivano al nocciolo: proprio quando l’inquadramento è terminato e si dovrebbe passare al dunque, il libro termina. La domanda che mi pongo spesso è: e allora?

È vero che sono un resistant reader, ma forse proprio per questo voglio qui difendere la lettura e il lettore non professionista, diciamo così.

Per questo ho usato l’espressione “ecologia della lettura”, per indicare la possibilità di riportare il lettore al centro del processo di produzione e distribuzione di un libro, che per questo dev’essere scritto, e non per scopi personali o di carriera.  L’ecologia della lettura prevede anche il diritto di non leggere alcuni libri.