Sordomuti

novembre 2, 2010

A. Chaouech, Sordomuti. L’invenzione del terrorismo come strumento di dialogo, Mimesis, Milano-Udine 2010

Sordomuti indaga ancora una volta il complesso rapporto fra Islàm e occidente per verificare se, come si sostiene da più parti – afferma l’autore nell’Introduzione – è vero che essi non abbiano mai dialogato e in particolare cerca di evidenziare quegli elementi che, nelle società arabe, fanno pensare a un processo di “individualizzazione” in corso che sposti l’attenzione dei cittadini dei paesi arabi dalla fedeltà al clan a quella alle istituzioni e allo Stato. Processo che l’autore, tunisino, vede in via di sviluppo.

Nella sua analisi, Chaouech utilizza fonti e strumenti arabi per leggere la storia. Così, sostenendo, a esempio, che lo scontro fra regimi dispotici e opposizione può essere ricondotto a quello fra Mosè e il Faraone, traduce in un “linguaggio islamico” lo scontro fra “una parte degli islamisti e la potenza americana” (p. 65) proponendo una tabella per così dire sinottica; oppure usa lo stesso sistema di confronto per indagare le caratteristiche della modernità in rapporto a quanto proposto da alcuni predicatori islamici moderni come Amru Khaled le cui trasmissioni televisive, molto seguite, utilizzano il continuo riferimento alla storia islamica per spingere i giovani a sfruttare in modo ottimale le proprie “potenzialità” (p. 86).

Scopo di questi continui riferimenti al passato glorioso della cultura arabo musulmana è quello di superare il carattere provocatorio che, sostiene Chaouech, hanno gli appelli alla laicizzazione della religione islamica, ritenuta necessaria al progresso e al processo di democratizzazione. A suo parere, tali appelli rivestono carattere provocatorio perché non tengono minimamente conto della specificità della religione islamica (scrivo così perché egli utilizza sempre questo vocabolo, anche se a me o piace per nulla). I tentativi di laicizzazione sono falliti, perché condotti su un modello dittatoriale che avvantaggiava solamente un’élite al potere, ma che non emanavano dal “corpo sociale stesso” (p. 144) ricorda l’autore, e perché sono il frutto di uno stato autocratico e non, come si sostiene, teocratico. Questi tentativi, dunque, sono falliti poiché non hanno permesso, data la situazione autoritaria, la formazione di un potere religioso che fungesse da contrappeso. In tal modo una via è stata aperta alla soluzione del conflitto sociale tramite la violenza (il terrorismo).

Il volume lascia molte questioni aperte, da approfondire, come sostiene l’autore stesso.

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