Al-muntaha

settembre 27, 2010

Hala Badry, Al-muntaha, Al-hay’a al-misriyya al-‘amma lil-kutub, 1995

A te e alla scrittura: l’inizio e la fine
Il mio muntahà

1

L’automobile si fermò davanti al portone esterno della fattoria, producendo un rumore che strappò i cani dal loro silenzio. Le lancette dell’orologio avevano già oltrepassato le tre del mattino di quella notte nella quale la luna sussurrava alla terra con una luce morbida che si rifletteva sul fiume, trasformando la sua superficie in specchi argentei frantumati, che si muovevano al ritmo della brezza che intonava melodie tra i rami dei salici e degli alti pioppi. Il lupo ululava rivolto alla mitica lepre nascosta nella palla luminosa del cielo. Il suo latrato proveniva da lontano e non disturbava la tranquillità dei due viaggiatori, che sapevano che i limiti del suo raggio d’azione si fermavano ai campi più lontani. Alcuni di loro conoscevano la sua tana vicino al ponte in rovina.

Il motore della macchina si spense e il silenzio regnò possente un’altra volta. Lasciò lo spazio al gracidio di rane insonni che cantavano le loro canzoni amorose e a un cane che si compiaceva del suo abbaiare. Le loro voci permeavano il silenzio.

Rushdi Musaylihi scese dall’auto evitando che la sua mano ingessata toccasse lo sportello. Aveva un fisico sportivo che si compiaceva a mantenere tale. Il suo volto, rotondo e arrossato, porta tracce di serenità e di un viaggio faticoso. I suoi tratti sono egiziani, malgrado i lineamenti misti, il blu degli occhi e i capelli neri, e le sopracciglia folte che gli danno un’aria severa che scompare solamente quando sorride e i suoi denti diventano visibili o quando la sua risata addolcisce le sue labbra altezzose.

Avanza rilassato e sicuro malgrado la debolezza delle due gambe ferite, facendo scricchiolare le foglie di canfora cadute sotto le finestre fino a giungere sotto quella della camera da letto di Taha. Tossì tre volte di seguito, con l’aria che gli pungeva il petto affaticato. Chiamò:

– Abu ‘Abdallah.

Il dormiente brontolò. Rushdi chiamò nuovamente:

– Abu ‘Abdallah.

Taha vide una strada larga e un amico che gli apparve da lontano gridando il suo nome. Corse verso di lui aprendo le braccia per accoglierlo. Poi cominciò a percepire il suono di una voce che improvvisamente costrinse l’orizzonte dei suoi sogni. Aprì gli occhi, che si trovarono davanti il soffitto di pietra con le travi di legno di noce e pensò di star dormendo. Sentì una voce provenire dall’esterno e seppe che non era un’immagine dei suoi sogni. Balzò in piedi – malgrado il peso del suo corpo – senza capire chi lo stesse chiamando.

-Sì… subito…

Quando aprì la finestra per capire chi stesse chiamando, Wadida si mosse, si alzò e accese la lampada a kerosene. Percependo trambusto tra i sentieri davanti al deposito di armi, portò la lampada, mentre il capo accoglieva suo fratello tornato dalla guerra palestinese durante l’armistizio.

– Benvenuto… Benvenuto… Grazie a Dio sei salvo… Scendo subito.

Un movimento morbido avanzò lentamente tra le stanze che davano sulla strada e sul fiume, Taha si affrettò ad aprire la porta dell’appartamento piegando il corpo in avanti. Poi, aggiustando i piedi dentro le pantofole di cuoio giallo che non era ancora riuscito a infilare, attraversò la balaustra delle scale che dominavano il bisàt*. Alto, fisico robusto, torace largo, con due avambracci forti e mani con le vene in evidenza. Il sole gli era familiare nel lungo periodo estivo e autunnale. La fronte e il naso, di conseguenza, erano di un bel color bronzo. Ha due occhi neri penetranti, che fissa nelle pupille del suo interlocutore, mettendolo in imbarazzo anche se non ne ha motivo. Il naso è affilato e la bocca larga protetta da due labbra azzurrognole. I capelli sono neri e folti e si nascondono sempre sotto un turbante bianco. Quest’abitudine gli è così invalsa che non si dimenticò di indossarlo anche se era stato svegliato inaspettatamente verso l’alba. Le tracce di sonno erano scomparse di fronte ai colpi della sua attività improvvisa. Prima di raggiungere la porta che lo portava alle scale sentì un rumore insolito. Sollevò il capo e, mentre assicurava il turbante, gli venne incontro uno spettro nudo come lo aveva fatto sua madre, alto, magro e che, nella notte illuminata dalla luna, sembrava un’ombra che saliva le scale di marmo verso il secondo piano. Esitò per un po’, poi sollevò la lampada per distinguerne i tratti mentre lo rincorreva. Per poco non scivolava sul tappeto cercando di evitare due giovani cameriere che dormivano all’aperto e che furono svegliate all’improvviso dal trambusto senza capire quel che stava succendendo intorno a loro. Notò una terza ragazza accoccolata nell’angolo che stava litigando con la sua giallaba nel tentativo di coprire il corpo. La fiamma aumentò rivelando il volto del fuggiasco, mentre i gradini scomparivano uno dopo l’altro sotto il peso dei suoi passi.

– Fermati, cane .. Dove pensi di andare? Anche se arrivassi in cielo, io ti raggiungerò..a casa mia, figlio di puttana?! A casa mia? Per Dio non ti salverà nemmeno ‘Azra’il!!

Il numero di gradini che separava i due uomini diminuì gradualmente finché Bashir al-Qahwagi non raggiunse la porta del tetto esitando. Dopo essersi voltato per affrontare il padrone e capire che ce l’aveva con lui, fece pochi passi timorosi indietro. I suoi denti bianchi brillavano nel buio circostante e nei suoi occhi splendeva una luce di sfida che riempì l’inseguitore di quel tipo di nausea e disgusto che precede l’omicidio, disprezzando la vita senza gioia, come quando un cacciatore, davanti alla sua preda, sente l’odore del sangue.

Un pipistrello passò davanti a loro risvegliato dall’odore del sangue che sarebbe stato presto versato. Quando Bashir arretrò il suo gomito spinse la porta della torre che all’improvviso si ergeva dietro di lui e vi entrò. Il suo inseguitore si avvicinò alla porta e la chiuse col catenaccio.

– Aspettami qui. Appena ho finito di accogliere gli ospiti torno e facciamo i conti, disse affannato.

Con il sudore che gocciolava dal viso Taha scese come una furia, obbligando i servitori che stavano dormento sui gradini e i loro compagni nudi a spostarsi velocemente dal suo tragitto. Nella tromba delle scale vide la danza delle ombre, che apparivano ogni volta che la lampada illuminava un po’ di più per sparire di nuovo. Le riconobbe come le donne della sua casa. Arretrarono per farlo passare e nessuna osò profferire parola.

Corse come una pietra sparata dalla catapulta e che si dirige verso il suo obbiettivo con il corpo che implode. Il trambusto fece svegliare tutti coloro che erano ancora dimentichi nella nebbia del sonno, la casa si svegliò una stanza dopo l’altra, vennero accese piccole lampade e tutti i componenti della casa apparvero nel cortile buio, che opponeva resistenza alle luci che vi penetravano da diversi punti, vestiti come pellegrini che girano intorno alla Kabaa in attesa della benedizione. A intermittenza si sentì lo schioccare di baci su mani benvenute, poi su guance, seguiti da caldi abbracci. Le domande sulle ferite di Rushdi diminuiscono per lasciar posto alla gioia causata dal riaverlo a casa di nuovo vivo, mentre altre domande vengono poste sulla guerra, l’armistizio, il numero dei feriti. Erano scioccati da quanto fosse dimagrita Naziha, la moglie di Rushdi. Wadida le disse:

–  Se avesse saputo che il suo viaggio ti avrebbe consumata in questo modo non sarebbe partito

Naziha disse ridendo a sua cognata:

– Gli uomini combattono e non battono ciglio se moriamo di preoccupazione!!

Con il racconto del viaggio di ritorno in Egitto i presenti si dimenticarono dell’altra sorpresa della serata. Umm Hilmi sgattaiolò via dalla famiglia e si diresse al tetto. Nessuno notò la sua scomparsa eccetto Wadida, che la rincorse intuendo che stava per combinare qualcosa.

– Dove vai? Chiese, afferrandola per le spalle mentre saliva le scale.

– Levati di torno Wadida e chiedi alla gente se ha bisogno di mangiare!!

– Non ti permettere… Na’ima. Tuo fratello ci uccide. Vuoi aggiungere un’altra disgrazia a tutto questo?

– La disgrazia ci sarà se lo abbandoniamo sul tetto. Taha lo ucciderà e sarà perduto per niente. O gli permetteremo di uccidere questo scarafaggio?!

Senza aspettare una risposta da Wadida aggiunse:

– Oltretutto che ce ne importa di quel che accade alla domestica? È un problema della sua famiglia… La uccideranno oppure la daranno in sposa, questi sono affari loro. Ma il padrone non gliela farà passare liscia!

– Torna indietro, Na‘ima. Tuo fratello non ti perdonerà mai. Dopo tutto quest’uomo ha violato la santità della sua casa.

– La ragionevolezza è un ornamento, sorella. Stanne fuori, mi assumo la responsabilità di quel che accade.

Na‘ima continuava a salire, la sua ciabatta faceva rumore sotto il peso del suo didietro pieno, rotondo e formoso. Alta, aveva ereditato da sua madre – che era circassa – il colorito bianco della carnagione e i lineamenti fini, e dal padre gli occhi grandi e scuri. Portava i lunghi capelli raccolti in trecce alle quali aggiungeva fili d’oro puro ogni volta che usciva di casa.

Wadida si ritrasse, mormorando arrabbiata. Non convinta della saggezza di quello che la sorella di suo marito stava per fare, chiese a Dio di darle la Sua protezione. Scendendo, venne accostata da un paio di occhi impauriti che brillavano nel buio. Crollando a terra Rawayh implorò:

– Ti bacio i piedi, padrona, proteggimi! E possa Dio proteggervi in questa vita e nell’altra.

Poi scoppiò in lacrime che le bagnarono le mani aggrappate ai piedi della padrona. Impietosita, Wadida cercò di liberarsi dalla stretta di Rawayh senza sapere come fare.

– Alzati, le disse, e nasconditi nel granaio. Domani è un altro giorno. Se vai a casa adesso, l’intero villaggio saprà dello scandalo.

La ragazza si alzò a metà tirando su col naso e asciugandosi le lacrime col dorso della mano.

– Lo giuro su Dio è lui che viene da me. Avevo paura di dirvelo. A volte mi minaccia, altre volte promette di sposarmi.

Udirono Na‘ima scendere le scale in punta di piedi. Disse in un soffio:

– Taci depravata. Il tuo onore non significa nulla per te? Hai seppellito la testa di tuo padre nel fango. Forza adesso, sono stufa di te. Va a dormire nel granaio.

Wadida le chiese con prudenza: Che cosa hai fatto?

Senza distogliere lo sguardo da Rawayh fino a che non fu fuori vista, Na‘ima replicò:

– Ho aperto il catenaccio e l’ho lasciato andare.

Le due donne entrarono insieme nell’ampio salone dell’appartamento di Umm Taha, dove la famiglia, giovani e vecchi, era riunita attorno a Rushdi e Naziha.

Vedendo la suocera che a stento tratteneva le lacrime Wadida disse:

– Che cosa c’è nonna? È arrivato da noi sano e salvo, che cosa vuoi di più?!

Rispose ‘Adila: Ho confidato in Dio…

Kawthar, la figlia di Taha, si alzò per distribuire della limonata ai membri della famiglia che restarono seduti ad ascoltare Rushdi fino all’alba del giorno successivo…

Al mattino, dopo che la vita era passata di nuovo attraverso i cinque fezzan di terreno della fattoria, capirono come aveva fatto Bashir a introdursi nelle stanze delle donne, poiché la corda che aveva usato pendeva ancora al suo posto, legata alla mezzaluna vuota sopra la porta centrale in legno. Il padrone inviò uno dei guardiani a prendere il fuggiasco e quando questi tornò a mani vuote esclamò:

– È così, dunque. Lo riporterò qui anche se si nasconde nel grembo di sua madre. Quanto a chi lo ha fatto scappare, la sua punizione è solo rimandata.

Nel villaggio i pettegolezzi circolavano. Radi il pescatore, sua moglie Hamida e il loro figlio Ma’mun erano sobbalzati dallo spavento sentendo qualcosa di grosso cadere sul tetto e che aveva scosso le pareti della loro casa. Pensavano sarebbe passato attraverso le travi del tetto ormai marce. Prima di capire cosa fosse, videro un’ombra scivolare in strada e correre via senza nulla che coprisse la sua nudità. Le contadine, riunite per riempire le giare d’acqua all’ora della preghiera dell’alba, aggiunsero che avevano soppesato faccenda e che non ci sarebbe stato modo per un uomo di saltare dalla torre da un’altezza così elevata, poiché la casa di Radi, costruita nella zona occupata dalle stalle, era di fronte all’alto muro della fattoria sui due lati. Dal lato orientale e da quello di fronte alla qibla si affacciava all’angolo della strada. Bashir non si mostrò mai nella zona.

Qanu’, la levatrice, esaminò personalmente Rawayh prima del mezzogiorno di quel giorno caliginoso alla presenza di sua madre e di Umm Taha e trovò un feto che si muoveva all’inizio del quinto mese. Informò la matriarca del villaggio che un aborto sarebbe stato pericoloso e che avrebbe messo in pericolo la vita della ragazza. Poi aggiunse:

– Sta a voi. Consultatevi e io farò quel che mi direte.

Le lasciò a pensare e prima che giungese al portone la madre del padrone aveva deciso che la ragazza doveva andarsene e che la decisione doveva essere presa dai suoi genitori. Nonostante le sue precise istruzioni sul fatto che nessuno doveva profferire parola riguardo a quanto avvenuto, la notizia giunse presto alla gente di Muntaha. Dopo tutto era molto insolito per una ragazza lasciare il lavoro di domestica alla fattoria prima del matrimonio e anche dopo del resto, date le difficoltà nel trovare un lavoro.

Alcune contadine dissero di aver visto Rawayh lavare vestiti macchiati di sangue, e che la madre aveva battuto una giallaba piena dei resti dell’aborto su una pietra lungo il fiume. Nonostante i lodevoli sforzi per nasconderela tra i suoi abiti neri e quelli delle sue sorelle, non era riuscita a nascoderla a donne che avevano esperienza di tali faccende, e nessuna di loro si era offerta di aiutarla. Quando la ragazza, passando con un carico di panni strizzati sulla testa, col viso giallo come un limone, le aveva salutate, nessuna di loro era riuscita a risponderle. Umm Mahmud leccandosi le labbra aveva detto, con voce strascicata che tutti avevano sentito:

– Abbiamo vissuto e abbiamo visto. Si sono vergognati… Sono morti…

Qanu’ fece stendere la ragazza sulla schiena e introdusse un ramo secco di palma da datteri nell’apertura della cervice, la ragazza stillò per il dolore e la sua pelle color del vino divenne blu, mentre il giorno prima che scoppiasse lo scandalo era del colore di una prugna matura; la levatrice le disse con la bocca piena:

– Non hai diritto di gridare. Zitta o la faccio finita con te.

Ruwayh pianse in silenzio mentre sua madre guardava il pavimento asciugando le lacrime della figlia furtivamente con un lembo del suo velo nero. Qama‘ aveva preparato un miscuglio di erbe che introdusse nella vagina della ragazza attraverso un imbuto per l’olio pulito prima di inserire il ramo secco. Poi le fece trangugiare una tisana di cannella e melagrano e delle pillole lassative. La ragazza cominciò a strisciare lamentandosi e tenendosi il ventre. Ma prima che potesse emettere un altro lamento la vecchia le ficcò l’orlo della veste in bocca dicendo:

– Mordi questo o il pavimento. Adesso senti male? Era dolce prima, no, intelligentona?

Quando uscì dalla stanza portava con sé uno straccio nel quale si muoveva un feto nero che morì pochi minuti dopo.

– Sii forte Abu Shu‘ayshi, disse. Non c’è fine alle pene di questo mondo fratello.

L’uomo pianse e disse: È il volere di Dio.

Lei lo scosse per le spalle: Prega per  il Profeta. Prega per il Profeta. E chiedi a Dio di guidarti. Per qualunque problema c’è un Dio pronto a risolverlo. Getta il tuo peso sul tuo Creatore!

In un angolo lontano del muro della stalla chiunque entrasse poteva notare un po’ di terra morbida recente e ancora umida. Di colore scuro, con strisce dorate sulla superficie che i giorni tristi non avevano ancora modificata. E quando Abu Shu‘ayshi‘ entrò nella fattoria portando un sacco di farina sulla sua schiena rotta per depositarlo nel granaio al piano superiore, gli occhi di Umm Taha si posarono su di lui. Dopo aver estratto la bottiglia di acido fenico gli andò incontro e disse:

– Tirati su. Prendi questo. Solo un tazza e i tuoi problemi spariranno!”

L’uomo reclinò la testa e senza alzare lo sguardo o poggiare a terra il sacco rispose:

– I germogli di ciascuno sono preziosi, padrona. È mia figlia e questa non è cosa da poco”.

Singhiozzò ripetutamente e senza che potesse tergerle, le lacrime scivolarono sulle sue guance, riempiendo i solchi e le rughe che gli anni avevano disegnato sul suo volto.

– Non è cosa da poco, ripetè.

Stringendo il suo bastone con un’agitazione che fece sì che le vene turco circasse emergessero sulla superficie del collo, il volto della donna divenne del colore rosso del vino; socchiuse le palpebre e le strizzò intorno ai suoi occhi blu, accentuando la durezza die suoi tratti:

– Riprenditi uomo! Si tratta del tuo onore!

Ingoiò le parole e il peso sferzava la sua schiena nell caldo torrido:

– I germogli sono preziosi.

Poi se ne andò per la sua strada, mormorando “Non c’è forza né potenza se non in Dio”.

Una settimana più tardi, si levarono gli zagharid e la moglie di shaykh Aissa, la sarta, preparò un abito da sposa di satin bianco, rosa e azzurro. Mandò lo sposo alla città principale della provincia per comprare un vestito di velluto georgette nero perché Rawayh lo indossasse nelle occasioni speciali della vita, come le altre donne del villaggio. Preparò un vassoio di henna, che ricopre il terreno del Paradiso, dentro sacchettini di carta, che venne protato per le case del villaggio per inviatre alla festa, le madri avrebbero accettato l’invito e detto a chi portava gli inviti:

– Per i miei occhi, cara verremo. Mille complimenti, speriamo lo stesso per i nostri amati figli”.

Con l’approssimarsi del tardo pomeriggio Abu Shu‘ayshi‘ sedette tenendo la mano di Farag, il figlio di suo fratello, perché il ma’dhun redigesse il contratto di matrimonio. Sebbene prima di entrare in casa ogni donna avesse incollato la bocca all’orecchio della sua vicina giurando di conoscere i dettagli dello scandalo, quel giorno non ne mancava nessuna dell’intero villaggio. Giunsero insieme portando pacchi di zucchero, bevande, ceste di riso, sacchi di farina. In effetti una di esse fu così sfacciata da sgozzare per la sposa un’anatra maschio che aveva rimpinzato in modo speciale per il 27 ragab. Le donne sedettero su un ampio tappeto nel cortile interno della casa, mentre gli uomini occupavano la strada, seduti su panche e sofa che avevano raccolto dalle case vicine e sorgeggiando un’infusione rossa fatta di rose e fragole che Umm Shu‘ayshi‘ continuava a versare nei bicchieri e a dare ai ragazzi perché li servissero finché fu certa che tutti erano stati serviti. Kamal cantò con voce sottile la bellezza della sposa, una bellezza che non aveva mai visto poiché era nata cieca e sua madre, nessun figlio della quale era sopravvissuto, l’aveva chiamata Kamal sperando che avrebbe avuto un maschio, cosa che avvenne!

Le ragazze intonarono il ritornello: Nella casa di Abu Shu‘ayshi‘ c’è agitazione…
È piccola e carina, ragazzo, e non lascia nulla da desiderare.

Quando l’ultima scena, lungamente attesa, stava per cominciare, entrò lo sposo, provocando mormorio tra gli ospiti. Si misero tutti intorno a lui, con le mani alzate battendole davanti al viso a un singolo ritmo. Le donne fecero una danza di gruppo, saltando e battendo i piedi sul pavimento mentre spingevano la sposa, che lanciava occhiate furtive allo sposo attraverso le aperture del suo velo bianco. Poi egli sedette al suo fianco al centro della stanza, decorato con foglie di palma. Le sollevò il velo e bevve con lei poi la condusse alcuni passi all’interno della stanza che suo padre aveva riservato per lui e la figlia di suo fratello, una nuova stanza costruita di recente sul tetto della casa. Dalle bocche dei fucili dei guardiani vennero sparati colpi, mentre i tamburelli rollavano e le ragazze cantavano:

Sii felice, tu con la tua nuova stanza, sii felice

Quando la nuova porta di legno venne chiusa, le ragazze scesero le scale con i giovani lasciandosi alle spalle i novelli sposi, poi si fermarono al centro del cortile e cominciarono a cantare con foga:

Sposa giaci sul materasso di broccato
La sposa giace i suoi orecchini tremano
Lo sposo ride e dice: sei tutta mia

Non si spostarono dal loro posto finché il lenzuolo non venne esposto su un bastone di legno tenuto in alto dalle mani di Qanu‘. Poi venne portato via ed esse lasciarono la casa per fare il giro del villaggio gridando: “Dite a suo padre di alzarsi e mangiare”.

Annunciando così che l’onore della sposa era intatto e che tutti dovevano mordersi la lingua.

* Il bisàt è il balcone interno che si affaccia sul cortile e funge anche da corridoio perché collega le parti della casa che vi si affacciano tutte (N. d. A.)

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