Arabic Lexicography

settembre 21, 2010

John A. Haywood, Arabic Lexicography. Its history, and its Place in the general History of Lexicography, E. J. Brill, Leiden 1965

Se finissi in un’isola… Non vorrei altro libro che un dizionario. Tante sono le grida e le musiche ch’è possibile udire nelle sue viscere vertiginose

G. Bufalino

Il fascino del dizionario è indubbio: non solo per quel che riguarda i significati, ma i sinonimi e l’etimologia, davvero è musica e grida e sospiri. Ma ancor più affascinante è il modo in cui i vocabolari sono stati costruiti, il perché sono strutturati in un certo modo e il loro successo più o meno durevole nel tempo.

Il testo di Haywood, assai datato ahimé –  presenta diversi modi di classificare i vocaboli in lingua araba con la conseguente possibilità di consultare, a esempio, Fayruzabadi – ho recuperato il Qamus al-muhit parecchi anni fa, da un amico arabo che lo voleva buttare perché “non si capisce niente, non trovo le parole” – o il Lisàn nella sua versione originale.

Per ognuno dei lessicografi presentati Haywood fornisce anche una presentazione, con aneddoti anche divertenti dal nostro punto di vista, ma che ic fanno comprendere l’ambiente culturale dell’epoca e gli obiettivi che i lessicografi si prefiggevano nella compilazione delle loro opere in alcuni casi davvero immense. Il vocabolario come noi lo conosciamo in fin dei conti è il risultato di una riflessione e di un lavoro durato secoli.

Così a esempio, al-Khalil decise l’ordine delle lettere nel suo Kitàb al-‘ayn:

“Questo è ciò che Al-Khalìl ibn Ahmad al-Basri – possa egli riposare in pace – ha scritto sulle consonanti dell’alfabeto usate dagli arabi come base della loro lingua e delle loro parole, poiché nessuna parola esiste senza di esse. Riflettendo, gli sembrava impossibile cominciare questo libro con la prima consonante dell’alfabeto, che è alif, perchè alif è una consonante debole. Eliminata la prima consonante, non voleva cominciare con la seconda – la bā’ – a meno che non ci fossero validi motivi. Riflettè su tutte le consonanti, le analizzò e scoprì che ogni lettera proviene dalla gola. Ne concluse quindi che la consonante migliore con cui cominciare fosse quella prodotta nella parte più profonda della gola. Il suo metodo per trovare le consonanti era aprire la bocca e pronunciare un colpo di glottide e poi una consonante, a esempio ’ab, ’at, ’ar, ecc. Ne concluse che ‘ayn viene prodotta nella parte più profonda della gola. Per questo, assegnò alla ‘ayn il primo capitolo, seguito dalla consonante più vicina a quest’ultima che era la mìm”

Kitàb al-’ayn, vol. I, pp. 47-48

Alle parole di Gesualdo Bufalino fanno eco quello del commisssario Charitos che, anziché la Bibbia, sul comodino tiene un dizionario.

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