L’aereoporto di Wàq Wàq

settembre 9, 2010

Ho tradotto questo racconto un paio di anni fa, per un corso nel quale avevo trattato dell’isola di Wàq Wàq per mostrare quale fosse il senso di Wàq Wàq nella letteratura araba e la sua attualità e perché credo che questo sia un modo per presentare la letteratura araba classica adeguato ai tempi.

Nella tradizione, Wàq Wàq viene presentata, tra gli altri, da al-Qazwini nel suo ‘Agià’ib al-makhluqàt wa-gharà’ib al-mawgiugiàt. La storia, più o meno identica, viene ripresa da altri autori e narra di un’isola dove si trova una pianta il cui frutto sono donne appese per i capelli che, nel caso emettano il suono wàq wàq, sono annunciatrici di cattivi presagi. Non starò qui a discutere altre caratteristiche di queste donne, peraltro assai  interessanti per il concetto di donna che aveva l’uomo arabo medievale, perché non pertinenti con il racconto di al-Amir. In sostanza Wàq Wàq rappresenta l’isola che non c’è, poiché, dopo aver sentito il racconto della sua esistenza, nessuno di coloro che è partito per ritrovarla è mai tornato (in giapponese, mi conferma un collega yamatologo, il termine wa.ko wa.ko significa strano, meraviglioso e alcuni orientalisti, infatti, hanno identificato queste isole con il Giappone).

Nel racconto di al-Amir l’isola viene sostituita da un aereoporto, un non luogo più aderente alla contemporaneità, che mantiene l’aspetto “fluttuante” dell’isola che galleggia sul mare. Da un lato l’autrice utilizza wàq wàq per porre l’azione al di fuori del tempo (uso del fantastico), dall’altro per usarlo come locus dove accadono cose “strane”, fuori dall’ordinario.

Coloro che ritornano al proprio paese – immigrati, rifugiati? di condizione economica comunque debole – vengono presi in giro dagli addetti dell’aereoporto. Al-Amir gioca sul concetto di perversione (provare piacere solo in un certo tipo di comportamento) rappresentata dagli addetti dell’aereoporto, sulla contrapposizione tragedia/farsa rifacendosi alla letteratura araba classica (per farsa usa mahzala) ed esercitando quindi anche una critica lessicale a un certo modo di intendere la società e a un certo tipo di intellettuale. Non possiamo dimenticare infatti che al-Amir è irachena e che ha vissuto la guerra.

La caratteristica del racconto è la consapevolezza dell’attesa, che si manifesta nella scrittura e che colpisce particolarmente le donne (e due donne sono infatti le viaggiatrici che aspettano all’aereoporto che rifiutano la violenza- lo scherzo è una forma di violenza), periferiche in situazione di conflitto e che attendono sapendo di attendere. Col tempo, tuttavia la consapevolezza non è più sufficiente, così come non lo è più attendere, non è più una strategia efficace. Bisogna agire. al-Amir allora critica anche chi emigra…

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