Matàr Wàq Wàq

settembre 8, 2010

D. al-Amìr, “Matàr Wàq Wàq” in ‘Alà là’ihat al-intizàr, Dàr al-adàb, Bayrùt 2006

L’aereoporto di Wàq Wàq

Io e la mia amica stavamo spettando l’orario di decollo del nostro aereo. Il rumore nella sala non ci permetteva di sentire con chiarezza gli avvisi sugli arrivi e le partenze degli aerei e specialmente il numero dell’imbarco specifico per il nostro aereo.

Un carico di effetti personali, pacchi e grandi valigie a mano circondava un gruppo di viaggiatori che indossavano soprabiti e abiti uno sopra all’altro.

La mia amica, mentre li osservavo, disse: “Forse vanno in un paese freddo…” Eravamo alla fine della primavera ma il caldo era arrivato in anticipo, e non servivano i condizionatori d’aria che alzavano la loro voce sugli schermi degli altoparlanti. La mia amica parlò mentre stavo per dirle: “Questi viaggiatori non vanno in viaggio di piacere, tornano al loro paese per sempre o temporaneamente e la loro condizione economica non permette loro di spedire tutte le loro cose, per questo indossano parte di esse e portano a mano un’altra parte, affinché il bagaglio spedito rientri nel peso consentito… Tra le parole che disse e quelle che io non dissi… venne annunciato un volo, non so se in partenza o in arrivo.

La guardai interrogativa, ma scosse la testa. Non aveva sentito chiaramente… Mi alzai dal mio posto e chiesi a uno dei viaggiatori dove fosse diretto, ma mi disse un luogo che non aveva nessuna relazione con me, mi diressi verso un’altra viaggiatrice ponendole la stessa domanda, poi verso un altro e un altro ancora e ottenni sempre la stessa risposta… Volevo conoscere qualcuno che andasse nella stessa direzione che volevamo raggiungere, ma non ebbi successo. Cominciò a cogliermi l’ansia. La carta d’imbarco non menzionava il numero dell’uscita specifica per il nostro viaggio e non vedevo né un’hostess né uno steward che mi potesse aiutare. Improvvisamente vidi il gruppo che portava i molti bagagli e gli abiti indossati affrettarsi verso uno dei cancelli d’imbarco…

La loro vista era penosa, mentre portavano sulle spalle e trascinavano a mano quintali di cose, unitamente a bambini che stavano per essere schiacciati tra i loro piedi che si dirigevano verso i cancelli. La loro stessa gente li tratteneva con forza mentre correvano. Tutti volevano arrivare all’uscita per primi.

Le grida dei bambini si levarono per la prima volta. In quel momento sentii una voce dal timbro autoritario che strillava: “Fermatevi in fila… non spingete, passerete tutti ognuno al proprio turno”. Le voci si alzarono dopo che coloro che si erano affrettati ebbero sentito l’annuncio, anzi aumentarono la loro corsa, facendo a gara e spingendo, mescolando le loro cose; alcuni cominciarono a chiamare altri perché trascinassero con loro i pezzi che avevano dimenticato; la richiesta veniva soddisfatta oppure ne scaturivano imprecazioni, perché nessuno era in grado di portare il bagaglio in più, nemmeno trascinandolo. Crebbe il pianto dei bambini, aumentarono le loro richieste d’aiuto, dopo che persero di vista i loro genitori.

Alla fine tutti gli aspiranti passeggeri a quel viaggio si fermarono; il sudore colava sui loro volti, alcuni lo leccavano con la lingua, altri lo detergevano sulla spalla di chi avevano davanti. La spalla usata per asciugarsi dal sudore si avventava a colpire un qualunque altro volto vicino a lei… Volto che urlava di non essere colpevole… La rabbia faceva aumentare di nuovo le grida, nel tentativo di alleggerire il calore e il sudore e i bambini si gettavano a terra, rotolandosi, chiamando i genitori, quasi nascosti dai bagagli.

Il microfono annuncia con voce alta e molto chiara: “L’uscita davanti alla quale state fermi non è quella del vostro imbarco, bensì la numero…”

I passeggeri si dispersero e cercarono di competere una seconda volta.

I bagagli in attesa al suolo li intralciavano con  i bambini sparsi sopra di essi. Le donne stringevano tra le braccia gli effetti personali sui quali dormivano i lattanti.

Rimasi a osservarli con dolore fino a quando l’ultimo viaggiatore non fu uscito: era il primo quando il numero dell’uscita era sbagliato.

Volsi il capo per ispezionare la nuova uscita, eccola, proprio nella direzione opposta, attaccata alla schiena dell’ultima persona ferma in fila.

Persona che si voltò mentre trascinava i suoi bagagli, sua moglie e i suoi bambini e presentò la carta d’imbarco scomparendo oltre l’uscita.

La truppa si era appena allontanata quando i lavoratori scoppiarono a ridere asciugandosi le lacrime dal tanto ghignare. E tra le loro parole, non esattamente comprensibili, capii con chiarezza quel che dicevano; si stavano scambiando i complimenti per questa scena di cui avevano eseguito perfettamente la regia e la composizione.

Avevo quasi dimenticato tutto intorno a me eccetto quella rappresentazione – la tragedia che gli autori, i registi e gli spettatori  avevano considerato una commedia. La mia amica era ferma lontano e il suo sguardo passava sbigottito tra le due uscite dove si era svolto lo spettacolo.

Mi avvicinai a lei. Stava mormorando: È questa la vita? Una tragedia diventa una facezia e una facezia diventa una tragedia? Non credo mi sentisse quando dissi: “Ciò che mi intristisce è che il più veloce e il più efficiente è diventato l’ultimo nella fila… Il vincitore è colui che nn ha compiuto un grande sforzo”.

Non so se mi ha sentito perché l’ho sentita affermare: “Tutti sapevano cosa stava succedendo eccetto gli attori stessi”.

Le risposi: “Così hanno risparmiato loro l’umiliazione di imparare le parti e il ruolo del suggeritore è stato eliminato”.

“No, era presente per suggerire la vita”.

Il microfono annunciava: “Ultima chiamati per i viaggiatori diretti a… dall’uscita numero…”

La mia amica disse: “Dopo quel che ho visto credo che cambierò idea e non partirò”.

Quando si avvicinò un’hostess chiamando i nostri nomi le dissi: “Mostra la carta d’imbarco prima che ci lascino qui e l’aereo decolli. Prima che finiscano il rispetto e l’educazione”.

“Puoi garantire che rimangano?”

“Non lo so ma come potrebbero cessare?”

Gridò: “Moriranno, moriranno! Non hai sentito di una cosa chiamata morte?”

L’hostess sorrise e ci aiutò a salire sull’autobus, sulla scaletta c’erano un’hostess e uno steward a darci il benvenuto e a condurci ai nostri posti sull’aereo.

La mia amica disse: “Cerca di dimenticare la scena e goditi il rispetto”.

La interruppi: “Sì, sì, cercherò, prima che la morte lo sorprenda”

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