Odissea nel paese del Nilo

giugno 3, 2010

M. Tobiya, Odissea nel paese del Nilo, trad. di F. Barresi, Jouvence, Roma 2005

Considerato il capolavoro dell’autore egiziano, purtroppo non tra i più noti in occidente, Odissea nel paese del Nilo è, innanzitutto un romanzo storico. L’autore, infatti, a fronte di un lavoro di documentazione non indifferente, durato alcuni anni, presenta un affresco della società mamelucca.

Ma, come ha avuto occasione di dichiarare Tubya stesso:

“La storia registrata è solo quella del potere, del dominio del forte sul debole.
Perché, come è noto, sono i potenti che muovo la storia; i deboli sono solo i loro strumenti.” (dall’Introduzione)

In secondo luogo, allora, Odissea nel paese del Nilo è la storia di un periodo di degrado sociale, politico e culturale che l’autore sceglie scientemente di narrare per poter rappresentare la storia come vissuta e narrata dal popolo, privilegiando un’ambientazione rurale e contadina.

Gli strati sociali più deboli sono i protagonisti in tutta l’opera di Tubya, che utilizza la scrittura come mezzo per veicolare le proprie idee e muovere una critica pungente alla società egiziana coeva; per questo, sceglie un periodo storico sufficientemente lontano nel passato, per poter aggirare la censura, ma che presenta paralleli con l’Egitto del suo tempo.

Nel periodo in cui Tubya scrive, infatti, gli intellettuali egiziani, sempre più isolati dal processo decisionale, si ritrovano in circoli letterari che incoraggiano gli artisti a prendere coscienza della propria arte e della società che li circonda e che creeranno un forte legame tra tra queste due componenti. La critica alla società sarà il risultato di questa presa di coscienza, critica che si manifesta anche in un particolare modo di scrivere, semplice – perché dovrebbe essere alla portata di tutti – ma allo stesso tempo molto curato nella ricerca dei sinonimi; che utilizza vocaboli ed espressioni dialettali proprio nel tentativo di creare una letteratura per tutti; che predilige l’ipotassi.

La saga dei Banu Hathùt si snoda così per 250 pagine circa dal 1754 e fino all’avvento al potere di Muhamad ‘Ali nella bella traduzione di Barresi.

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