The Battlefield Algeria

maggio 16, 2010

H. Roberts, The Battlefield Algeria 1988-2002. Studies in a Broken Polity, Verso, London New York 2003

Per chi, come noi, è abbastanza deluso dalle letture sul decennio nero in Algeria pubblicate in lingua italiana e dalla mancanza di capacità critica di quelle francesi salvo rare eccezioni la lettura di The Battlefield Algeria fa la differenza.

Forte di una tradizione, quella inglese, che nel campo storico è di rango, Roberts presenta in una serie di articoli l’evoluzione della spirale di violenza che ha caratterizzato il paese andandone a ricercare le cause dovunque esse si trovino e, soprattutto, avendo ben chiaro in mente quali siano gli attori e le relazioni complesse fra loro.

In particolare, Hugh Roberts affronta in diversi articoli la definizione del movimento berbero e della definizione identitaria a esso collegato, presentando a nostro parere la questione finalmente con un approccio serio e dimostrando – basandosi su una conoscenza indiscutibile del campo e della lingua che manca quasi sempre a chi di Algeria si occupa – quanto la separazione arabi/kabili sia più supposta che reale.

In relazione alla terna Algeria francese, araba o berbera, l’autore afferma, a esempio:

“Nessun osservatore può sbandierare credenziali scientifiche di nessuna di queste tre concezioni e contemporaneamente dichiararne l’obbiettività seriamente. Dobbiamo scegliere quella che preferiamo su base francamente politica o rifiutare di difenderne una in particolare” (p. 141)

Molto ben commentato anche il periodo di governo di Chadli Benjedid che ridimensiona la figura dell’ex presidente algerino quale “portatore di democrazia” così com’è è spesso stato presentato dai media occidentali.

In poche parole questo testo ci è piaciuto perché non considera l’Algeria un paese francofono, non ritiene che in Algeria sarebbe stato meglio se i francesi fossero rimasti, non ritiene gli arabi “cattivi” in rapporto a dei berberi (che poi sono i kabili) “buoni”, opinioni tutte queste che abbiamo letto in libri o sentito dalla voce di storici di varia scuola italiani, ma cerca di andare un po’ più a fondo della questione utilizzando il metodo storico come un obbiettivo per mettere a fuoco movimenti, periodi di crisi, personaggi coinvolti per aiutare il lettore a comprendere. Che a noi pare il compito della disciplina storica.

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