Una sera qualsiasi a Beirut

aprile 28, 2010

S. Nassib, Una sera qualsiasi a Beirut, trad. dal francese di G. Panfili, e/o, Roma 2006

In questa serie di racconti che prende il nome da uno di essi, Selim Nassib riesce ad accostare la dimensione emotiva attraverso cui vive da lontano il Libano – il suo Paese – e quella razional-esplicativa della sua vita da emigrato in Francia, dove esercita la professione di giornalista, che lo costringe, in un certo senso, a render esegetico il sentire dell’autoctono che guarda da lontano la sua terra.

È nella dimensione che l’autore chiama sensuale, in cui “sentiva quel che la gente sentiva”, che Nassib riesce, attraverso il discorso diretto libero, il ritmo narrativo incalzante e l’uso frenetico dell’asindeto, a mettere su carta la realtà libanese come non ancora compresa e analizzata, quasi non ancora pensata, e di cui si propone demiurgo solo nelle sue vesti di giornalista emigrato.

È cosi che la narrazione pompa energicamente nelle vene di una Beirut narrata della sua anomala quotidianità, in cui il lavare i piatti, la scelta di un disco da ascoltare, le cuciture di un completo che si strappano e l’incedere dei miliziani che irrompono in casa si mescolano con tragica normalità.

All’interno di una analogia geometrica Nassib riesce a denunciare un Paese dove la legge è una soltanto ed è come la scarpa che il potere porta loro, “deve andare bene a tutti”, e, allo stesso tempo, a empatizzarsi con i tetti, le strade, gli uomini che ripetono la preghiera, “è la loro difesa e la loro consolazione, la pronunciano a testa alta verso il cielo che viene giù”. È una geometria in cui “il nostro mondo è un cerchio e il centro è il punto in cui ci troviamo… intorno al thè. Lui solo ha intuito che la nostra tragedia non era soltanto uno sradicamento, un’oppressione, ma qualcosa di immateriale, lo stravolgimento dei segni, lo stupro del nostro universo circolare ad opera della linea retta del Muro”.

Nessib dà voce alla componente palestinese in Libano attraverso una lente identitaria bifocale, che mette a fuoco gente che ha venduto tutto per poter sopravvivere, gente che si rende conto di come la paura israeliana sia il loro incubo, “un abisso impossibile da colmare”, in cui la vendetta “fa male come un dolore che non si placa, una chimera che non si dissipa, un vulcano che non si spegne mai del tutto”, in cui “le porte del villaggio gli si sono chiuse in faccia, non ha più lavoro, la comunità l’ha respinto… e senza la comunità, qui…”. E dall’altro lato Nessib, travestito da fotografo armeno, nota come questi arabi abbiano “le facce da ebrei”.

È la sua esperienza di emigrazione che gli permette, in primis, di scrivere scomodamente seduto sul confine tra l’esogeno e l’endogeno, passando così dal parlare di una Palestina vissuta attraverso gli occhi dei figli della Nakba, i quali riconoscono con foga e dolore luoghi vissuti in precedenza, a quella vissuta dagli occhi di un fotografo armeno – pertanto con le medesime esperienze interiori di un popolo la cui pelle respira ancora attraeverso le cicatrici del genocidio – il quale riesce ad oggettivare il proprio co-sentire verso le vittime dell’oppressione israeliana.

E. Carpi

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