Lettere da una straniera

aprile 28, 2010

Hoda Barakat, Lettere da una straniera, traduzione di S. Pagani, Ponte alle Grazie, Milano 2006
Tra uno spazio interiore di smarrimento ed uno esteriore di inevitabile lontananza si collocano le parole di Barakat, e sono esse ad avere il potere di rivelare l’intimo della coscienza del migrante, tramite una disonestà espressiva che ossimoricamente rivela con onestà le ferite profonde causate dall’abbandono del Paese.
Tra le pagine fluenti del romanzo, si staglia il “noi”, quasi lo si volesse definire, classificare, amare e negare allo stesso tempo; rivela tutto il rifiuto che il migrante ha di ricordare, e, analogamente il dolore ch’egli prova nell’oblio: “Mi vergogno dei miei vuoti di memoria e dei miei ricordi…”.
La rimozione dalla memoria collettiva, così artificiale ed illusoria, delle piaghe quotidiane che affliggono il Libano, e la quale induce i migranti libanesi a svuotare la coscienza pubblica in luoghi lontani, emerge dalla negazione anaforica dell’Io collettivo, che prende posto con prepotenza sulle pagine del romanzo:
“Non siamo una comunità, non ci somigliamo e non c’è niente che ci tenga uniti… Non costituiamo una comunità. Le nostre somiglianze ci infastidiscono, come tutto ciò che ce le ricorda…  Non siamo una comunità, né da vicino né da lontano… Non siamo una comunità, ma un esile filo si insinua tra noi”.
Si fa strada il paradosso secondo cui chi resta dimentica, al fine di poter essere capace di perdonare. Il ritorno diventa un errore. Poiché si fa strada la
realizzazione che la vita è andata avanti anche senza di “loro”, che hanno scelto l’espatrio. Nel rifiuto di tutto ciò che potrebbe intrappolarli, la memoria viene vissuta metaforicamente come una “zavorra”, e la soluzione sta dunque in una
“amnesia totale e programmata… quella collettiva perdita di memoria che è in realtà la causa prima per la quale la guerra è continuata e per la quale forse ricomincerà”.
Il romanzo ha la capacità di configurarsi quasi come un’analisi psichica del paradossale comportamento della memoria umana, che fluisce nervosamente
tra una gelosa custodia del passato e un’affrettata demolizione delle immagini ch’esso lascia nella nostra mente. Il peso del ricordo, e di ciò ch’esso comporta, è vissuto in particolar misura da Barakat attraverso il caffè Radwa, i concerti di Fayrouz e i piatti di tabbouleh. “Se i ricordi, per loro natura, appartengono al passato, anche noi, finché ricordiamo, gli apparteniamo”. Il ricordo oscilla tra quello di un Paese “pieno di sprint”, e quello di un Paese “che resterà sempre testardo come una capra, persino se si mettesse a volare con due ali grandi come questo palazzo”.
Si scorge l’esilio interiore di chi migra, e di chi non migra, poiché anche quest’ultimo ha “dei buchi di memoria ancora più grandi e più profondi”.
Migranti son coloro che hanno lasciato il Libano; loro che, giunti in Occidente, prendono sul serio persino la pubblicità nella casella della posta; loro che si lamentano dei numerosi problemi che i documenti di soggiorno avanzano; loro che non hanno niente in comune e si incontrano “come treni che si affiancano correndo in direzioni opposte”; loro che scelgono di tornare nell’unico posto in cui l’oblio è impossibile; loro che vorrebbero che i loro figli gli assomigliassero e vorrebbero somigliare, a loro volta, ai loro genitori…
Barakat individua all’interno della realtà linguistica l’epicentro dell’infinito scorrere della vita identitaria, e di qui la sua personale scelta di continuare a
scrivere letteratura in lingua araba. La vita identitaria, inafferrabile come l’etere nel suo eterno svilupparsi, riflette nel romanzo i movimenti della psiche umana, e si condensa in parole fatte d’acqua: “perché l’acqua non ha paese, e non fa che seguire il proprio corso…”.
E. Carpi
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