Abdel Ilahi Salhi e Jalal Elhakmaoui (2)

aprile 24, 2010

Contro il mito e lo stereotipo è la poesia in arabo classico a essere qui rappresentata in tutta la sua modernità, a riprova che la lingua della tradizione può essere modellata, nelle mani di un abile artigiano, e resa attuale quanto mai, tragica, disillusa, sagace e surreale. Le poesie colpiscono proprio per questo: per l’uso della metonimia, per gli inserti di parole straniere, per la ripetitività martellante, per la loro icasticità, per l’essere così vicine alla nostra sensibilità di lettore occidentale contemporaneo pur essendo in lingua araba e arabe al cento per cento, cioè quanto di più lontano da noi il luogo comune vorrebbe affermare.

Le poesie di questi autori sono da leggere, da consumare, bi-isràf, con eccesso, come il titolo della rivista fondata dal Salhi e elHakmaoui alcuni anni fa, che proponeva al pubblico marocchino i poeti della nuova generazione.

Il poeta narratore della tradizione rimane un cantastorie nel qui e ora ma, rompendo con una tradizione che vuole la lingua sottoposta a rigide regole puramente e squisitamente formali, modella a suo piacimento il verso creando così storie poetiche, che scivolano spesso nella vera e propria narrazione per fornirci un momento di pausa quasi preparatorio al colpo di frusta che ci farà sorridere, ridere o rimanere attoniti per la profondità dle pensiero, del sentimento espresso.

È poesia di rottura perché rompe con l’immagine della poesia araba che abbiamo, dunque, ma anche con la poesia araba cosiddetta del verso libero, perché se ne distacca per temi e modalità scrittoria. Qui davvero il verso è libero, libero di oltrepassare i confini del Marocco per andare oltre il mondo arabo e farsi universale. Questo genere di poesia, narrativo, che sfida la lingua stessa e la spinge ai limiti della sua espressività, è, a nostro avviso, il più adatto a essere tradotto raccogliendo la stessa sfida.

Questa poesia potrebbe essere definita surrealista, perché, come quella, ribadiamo ancora una volta, si è liberata dal giogo formale ed è quindi diventata una poesia pienamente cosciente di se stessa: ma anche perché è una poesia di rivolta, non solamente contro uno stato di fatto, ma anche contro i limiti della condizione umana. La poesia non è fuori dalla realtà: non solo è necessaria, ma è indispensabile alla vita, dev’essere, per riprendere le parole di Dalì sull’architettura e quanto detto prima sul doverla consumare, commestibile. È surrealista perché utilizza lo humor, un humor nero che rimanda alla patafisica, per combattere la letargia che ci avvolge.

Come affermava Lautrémont: “I gemiti poetici di questo secolo non sono altro che sofismi”. Salhi ed elHakmaoui ce ne liberano i parte con i loro versi.

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