Il silenzio di Maometto

marzo 26, 2010

S. Bachi, Il silenzio di Maometto, trad. dal francese (Algeria) di G. Amaducci, epoché, Milano 2009

“Poi la sua voce si spense, prigioniera, incastonata nella notte. Avrebbe potuto durare a lungo, lui e io legati fino alla fine dei tempi come due esseri sperduti nel deserto, divorati dai venti che sferzano rive immemori. Come statue pietrificate, siamo andati oltre la parola: nel silenzio di Maometto.”

Questa la bellissima chiusa de Il silenzio di Maometto, un libro che si legge in un soffio, senza respirare.

Basato principalmente sulla sìra e su altre fonti arabe il volume è tuttavia un romanzo che tutti possono leggere e presenta la vita del Profeta vista da punti di vista differenti, voci che ci narrano Muhammad nel privato e nel pubblico.

E attraverso queste voci la figura di Muhammad emerge come complessa, articolata, lontana dall’atteggiamento manicheo che lo vuole da un lato umano ma quasi perfetto, dall’altro incline alla violenza e dunque da disprezzare e che ce lo restituisce nella dimensione che a noi più piace: umana.

Leggendo il romanzo non abbiamo potuto fare a meno di pensare al testo di Maxime Rodinson, Maometto. Il grande studioso, al termine del volume scrive:

“Era un credente divorato dall’amore e dal timore per il suo Dio e un politico pronto a qualsiasi compromesso. Mentre nella vita normale era dotato di poca eloquenza, in un breve periodo della sua vita seppe trarre dal subconscio testi di sconvolgente poesia. Era calmo e nervoso, coraggioso e pauroso, sincero e falso, dimentico delle offese e atrocemente vendicativo; era orgoglioso e modesto, casto e voluttuoso, intelligente e, sotto certi aspetti, straordinariamente ottuso. Ma c’era in lui una forza che, assecondata dalle circostanze, ne fece uno degli uomini della storia che sconvolsero il mondo.

Occorre veramente stupirsi di queste complessità e di queste contraddizioni, di queste debolezze e di questa forza? Dopotutto era un uomo tra gli uomini, sottoposto alle nostre manchevolezze, dotato dei nostri mezzi: Muhammad ibn ‘Abd Allah della tribù dei Quraysh era nostro fratello“.

Era nostro fratello. La miglior biografia del Profeta è stata scritta da un ateo.

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The Graying of the Raven

marzo 25, 2010

A. Adib Bamia, The Graying of the Raven. Cultural and Sociopolitical Significance of Algerian Folk Poetry, The American University in Cairo Press, Cairo New York 2001

È noto che la Francia, nel suo tentativo di annullare l’elemento arabo in Algeria, arrivò a proibire per legge l’utilizzo della lingua araba, dichiarandola lingua straniera con una legge nel 1938. Di conseguenza, una serie di misure vennero messe in atto per proibirne l’utilizzo – non poteva essere insegnata nelle scuole – e il controllo sulle pubblicazioni in detta lingua si fece molto rigido. Questo tanto per ricordare a coloro che si ostinano a ritenere l’Algeria un paese francofono che forse il tema è più complesso.

Dove tuttavia il colonizzatore ebbe più difficoltà a imporre la sua strategia glottofagica fu l’ambito dell’oralità e in particolare l’utilizzo della parlata locale nella poesia orale. La quale aveva e ha il vantaggio di essere difficile da controllare,  facile da far circolare e ricca di espressioni a doppio senso.

Per questo la poesia orale in parlata locale algerina venne utilizzata ampiamente nella lotta di liberazione nazionale come mezzo per trasmettere informazioni e sensibilizzare la popolazione. E sicuramente questo è anche uno dei motivi per cui i Francesi prima e lo Stato Nazionale poi hanno considerato e considerano l’espressione locale con disprezzo in rapporto alla lingua araba standard, perché difficilmente controllabile.

Lo studio di Aida Bamia, vincitore del AUC Middle East Studies Award nel 2000, ha il merito di recuperare dalla viva voce dei poeti questo genere che veicola un messaggio politico “camuffato” da poesia popolare nel quale è possibile leggere un testo nel testo ed esercitare un’opera di decifrazione di frasi ed espressioni grazie agli strumenti complessi che la studiosa ci offre.

La poesia popolare algerina risulta così essere spesso una delle poche testimonianze di eventi storici dal punto di vista del colonizzato. Utilizzando gli schemi classici del genere, dalla poesia d’amore, a quella di encomio, questi poemi narrano del massacro di Stìf, della mentalità del colonizzato, incitano alla presa di coscienza utilizzando spesso la forma della munàzara classica.

E pensare che quando affermo che la letteratura è politica mi danno della pazza.

M. Hamdan, Poetics, Politics and Protest in Arab Theatre. The Bitter Cup and the Holy Rain, Sussex Academic Press, Brighton-Portland 2006

Il teatro “in realtà, è la vita stessa, ma configurata secondo un certo modello” afferma Bakhtin e in quest’ottica Hamdan legge il teatro arabo. Secondo l’autore tre sono i motivi principali che la critica e gli studiosi di teatro arabo hanno mancato di prendere in considerazione nei loro studi:

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Il Corano

marzo 23, 2010

B. Scarcia Amoretti, Il Corano. Una lettura, Carocci, Roma 2010

In una recensione che abbiamo letto prima di acquistare questo libro, l’autore terminava dicendo che il volume è, “appunto ‘una lettura’ tra le tante possibili”, velatamente insinuando che non la condivideva. Del resto Scarcia Amoretti è pur sempre ordinaria e, come ben si sa, bisogna essere assai dplomatici…

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M. Chebel, Manifesto per un islam “moderno”. 27 proposte per riformare l’islam, Sonda, Casale Monferrato 2007

Quando si affronta il tema islàm e modernità, perlomeno questa è la percezione che ne abbiamo, si tende a privilegiare due tipi di interlocutori: coloro che rappresentano il cosiddetto fondamentalismo e coloro che, a vario titolo, si considerano o vengono considerati moderati, ma che sempre e comunque rimangono all’interno di un discorso che privilegia la lettura fortemente religiosa dell’islàm.

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