La tristezza delle colombe

marzo 11, 2010

La tristezza delle colombe

A Tahar Djaout

Quando Giamàl si affaccia da dietro le persiane chiuse della finestra, la strada gli sembra vuota, tranquilla. Per un attimo getta uno sguardo alla sua auto, una Honda, parcheggiata in mezzo a quelle dei vicini, di fronte allo stabile.

Tutto sembra come al solito. Gli uccelli cinguettano e saltano da un ramo all’altro nel piccolo giardino sotto la sua finestra. I primi raggi del sole penetrano attraverso le feritoie delle persiane. La brezza mattutina è leggera, stimolante. Improvvisamente, gli giunge al’orecchio il tubare della colomba sul balcone. Soprassalta inquieto. Il canto è triste, diversamente dal solito.

Avrà visto o sentito qualcosa?

Si allontana dalla finestra e si dirige con prudenza verso il balcone. La colomba corteggia la femmina sulla balaustra. Si tranquillizza. I battiti del suo cuore si placano un poco. Di nuovo, getta uno sguardo sulla strada tranquilla. Come avrebbe voluto non abitare in quel quartiere isolato, lontano dal centro della città.

Da dietro lo stabile vicino compare un cane randagio. Attraversa il marciapiede opposto. Si ferma improvvisamente vicino all’auto di Giamàl e si mette a camminare avanti e indietro. “Sarà attratto da un odore particolare?” I battiti del cuore di Giamàl aumentano. Di colpo, il cane solleva la zampa posteriore destra e comincia a urinare sulla ruota, con evidente piacere.

“Uff… maledette ossessioni”. Eppure l’insonnia e le ossessioni della sera prima continuano a premergli sulle tempie, comunicandogli un dolore insopportabile.

In effetti aveva passato la notte in bianco. Era rientrato al tramonto e quando aveva aperto la casella della posta, vi aveva trovato un pezzo di tessuto bianco che avvolgeva un certificato di morte intonso.

“Dio, mi hanno condannato a morte!” Preso dal panico, aveva pensato di tornare indietro, salire in macchina e allontanarsi senza pensare a nulla. Ma ben presto si era ravveduto. Forse lo avevano seguito o erano nascosti nel quartiere e quando sarebbe tornato alla sua auto, lo avrebbero sorpreso.

Aveva corso verso le scale dello stabile e aveva cominciato a salie i gradini a tre per volta. Improvvisamente aveva sentito dei passi scendere da uno dei piani superiori. Si era fermato terrorizzato, sentendo il sangue ritirarsi dal suo viso e il cuore sul punto di scoppiare. Poi, mentre stava per tornare indietro, aveva visto Slimàn, il suo vicino. Aveva ripreso a respirare ingoiando saliva amara. Slimàn lo aveva salutato subito, anche se, per qualche motivo, sembrava di fretta. Tuttavia Giamàl era rimasto immobile per un momento e non aveva stretto la mano di Slimàn, come d’abitudine, perché le sue dita tremavano. “Slimàn se ne sarà accorto? Maledetta paura…” Ma perché non gli aveva mostrato il pezzo di sudario bianco e il certificato di morte intonso? Forse lo avrebbe preso con sé e lo avrebbe accompagnato in un posto sicuro… Un attimo dopo, queste idee gli erano sembrate insignificanti, soprattutto quando si era reso conto che era arrivato al pianerottolo davanti al suo appartamento. Sembrava tutto come al solito. Aveva affrettato il passo verso la porta, l’aveva aperta. Era entrato e aveva chiuso la porta di ferro con cura. Aveva fatto bene, quando aveva imitato i vicini installandola.

Nell’appartamento non aveva ritrovato la calma. Non si era seduto, aveva gettato la sua cartella sul tavolo del salotto e aveva cominciato a camminare avanti e indietro nel corridoio. Improvvisamente si era ricordato con terrore del balcone. Vi si era diretto rapidamente e si era messo a guardare dalle finestre dietro le persiane di legno chiuse.

Ah, aveva dimenticato di aver installato da un paio di mesi delle grate in ferro battuto. Aveva aperto le persiane ed era stato accolto dal tubare delle due colombe accanto al loro nido. Il suo cuore si tranquillizzò in loro compagnia. Aveva fatto bene a permetter loro di fare il nido sul balcone. Quanto si commuove per il tubare delle colombe. Gli ricorda la sua infanzia contadina; era cresciuto in un luogo pieno di nidi di colombe. Tuttavia ben presto la paura lo aveva invaso di nuovo. Aveva lasciato il balcone di scatto, ricodandosi del telefono. L’apparecchio era là, sul tavolino in salotto. Aveva sollevato la cornetta con mano tremante. “Dio, non c’è linea! Hanno tagliato i fili del telefono?” Il cuore si era messo a battergli all’impazzata era dunque giunta la sua ora. Era rimasto in piedi, con aria umiliata, la cornetta in mano, tremando sempre di più. Aveva cercato di controllarsi quanto più poteva rendendosi conto che l’apparecchio stava per fracassarsi al suolo. E improvvisamente la linea era tornata. Aveva deglutito a fatica mentre il suo cuore ritrovava pian piano il suo ritmo regolare. Doveva chiamare la polizia? Ma sarebbero venuti? Avrebbero pensato che qualcuno voleva attirarli in un tranello, come era loro accaduto spesso. Aveva esitato a lungo, poi aveva posato la cornetta. Non avrebbe chiamato nessuno. La notte sarebbe passata  bene, perché aver paura?

Si era girato lentamente. Lo sguardo gli era caduto su un pacchetto di sigarette posato sul televisore. Aveva allungato la mano, estratto una sigaretta, l’aveva accesa subito e si era messo a fumare avidamente. Si era reso conto che la sua mano destra martoriava il pacchetto. Era dunque l’ultima sigaretta che stava fumando. Si era allarmato. Come avrebbe passato la notte senza sigarette… Doveva uscire? Per niente. Si era ricordato in un attimo della sua cartella. Di solito ci metteva un pacchetto o due. L’aveva aperta in fretta. Ah! Ecco un pacchetto nuovo in mezzo alle sue carte. Aveva ritrovato la calma e si era seduto sulla poltrona a lui più vicina nel salotto. Qualche istante più tardi si era reso conto che stava gettando la cenere sulle piastrelle. Aveva cercato il posacenere, che aveva trovato dietro di sé sul mobile dello stereo. Aveva scosso la sigaretta anche se aveva appena fatto cadere la cenere a terra, e si era seduto, questa volta vicino allo stereo.

Aveva pensato di mettere una cassetta di musica. “Di che genere?” Doveva essere dolce, leggere. “Allà? Sì, Allà”. Le note del suo liuto calmano l’animo e scacciano l’ansia”. Mentre cercava la cassetta di Allà, aveva cambiato idea. “Sarebbe meglio accendere la televisione. È sicuramente meglio”. Aveva preso il telecomando e aveva schiacchiato il tasto della televisione locale: trasmetteva canzoni. E sia. Le guarderà.

Interrompe il filo dei suoi ricordi quando si accorge di essere sul balcone. Da qui rappresenta un bersaglio per qualunque cecchino nascosto in strada. Indietreggia terrorizzato e rientra nel salone. Gli occhi gli fanno male e la testa gli duole, a causa della notte in bianco. Si frega gli occhi fino a farsi male. La sua angoscia gli ha anche fatto dimenticare di prendersi cura degli occhi. Di nuovo, apre in fretta i vetri della finestra e guarda da dietro le persiane chiuse. Un grande gatto nero compare da sotto un’auto e attraversa la strada correndo. Si nasconde dietro un’altra vettura. Giamàl aspetta che riappaia per un po’. Inutilmente. Lo sguardo di Giamàl si rivolge in direzione di uno degli abitanti dello stabile di fronte che arriva da destra. Si dirige tranquillamente verso la sua vettura e, quando la raggiunge, si ferma, cerca nelle tasche della sua giacca, ne estrae una sigaretta, la accende. Aspira il fumo, poi lo espelle contemplando la sua automobile. Poco dopo le gira intorno controllando le ruote o i vetri.

La vettura apparentemente è salva. I ladri non hanno rubato i vetri né le ruote.

Mentre l’uomo apre la portiera, uno dei vicini di Giamàl esce. Si tratta di Salìm, direttore generale di una società pubblica. Il cuore di Giamàl batte all’impazzata. Decide di chiamarlo e dirgli “Aspettami”, ma si ricrede all’ultimo momento. Ha paura di apparire stupido agli occhi del vicino. Tutti hanno paura ma fanno finta di essere coraggiosi, perché lui no? Forse il pezzo di sudario e il certificato di morte erano solo un avvertimento o… uno scherzo da ragazzi per fargli paura, nient’altro. In ogni caso non tornerà più in questo quartiere dopo oggi. Cercherà un alloggio in una zona più tranquilla.

Prende il coraggio a due mani e si allontana dalla finestra. Il cuore ritrova il suo ritmo usuale. Si prepara a uscire.

Apre la porta del suo appartamento, tentando di apparire tranquillo., per quanto possibile. Da un occhio in giro, uscendo sul pianerottolo. Nulla da segnalare. Chiude la porta e scende lentamente le scale. Tutto è  come al solito. Gli giungoo all’orecchio i cinguettii degli uccelli, ovattati, con sonorità confuse e la brezza del mattino tiepido gli carezza teneramente il viso. Aspira l’aria pura, come per scacciare i resti del fumo che ha ingoiato la sera precedente.

Supera il portone metallico dello stabile. La brezza che lo accoglie in strada gli sembra più fresca di quella che lo ha investito mentre scendeva le scale. La strada è deserta. Getta uno sguardo all’orologio. Le otto meno un quarto. I muscoli del viso sono tesi, ma fa appello a tutto il suo coraggio e si affretta verso la sua auto. Improvvisamente sente dei passi veloci che si avvicinano. Si volta. Due giovani escono da dietro lo stabile e gli vanno incontro. Trema. Tenta la fuga, ma un terzo giovane gli sbarra la strada in direzione dello stabile di fronte. Dove fuggire? Si immobilizza quando il giovane gli punta addosso una pistola dalla lunga canna nera. Il suo sguardo viene improvvisamente attratto dal buco oscuro della canna. Un brivido di ghiaccio e un terrore atroce invadono il suo fragile corpo. Altettanto improvvisamente gli si chiudono gli occhi a causa del brusco colpo che parte dalla pistola, e una serie di deflagrazioni  gli assordano le orecchie. Sente delle morse terribili alla fronte e come un arpione che gli lacera la testa in lungo e in largo. Vuole gettarsi su chi h sparato e i suoi occhi fuori dalle orbite tentano invano di distinguerne i tratti. Ma il suo sguardo si offusca, le ginocchia crollano, vacilla. Tenta di appoggiarsi a un’auto, ma il suolo si avvicina al suo volto a velocità inaudita. E benché capisca che sta cadendo, si stupisce di non sentire dolore e che la sola cosa che lo faccia soffrire siano questi arpioni che strattonano la sua testa in tutte le direzioni e questo tremore detestabile che scuole tutto il suo essere. Malgrado ciò crede di sentire i vicini chiudere le imposte, poi vede, come in sogno, la sua amata Sa’ida correre a soccorrerlo. Un tremito violento lo scuote e maschera tutto.

È l’oscurità che, come una nera zaghdàna, gli avvolge la vista. Poi è il nulla.

Zaghdàna: mantello nero (N. d. A.)

La presente traduzione è stata pubblicata in Afriche e Orienti, 4/2004-5/2005, alle pp. 106-109.

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