Saggezza

marzo 9, 2010

Saggezza 

di Fàtiha at-Tàyb 

Traduzione di Aldo Nicosia 

 

Nessuno di loro osava rompere il silenzio, né gettare uno sguardo particolare sul genio, che aveva avuto l’idea: pazientavano seduti a gambe incrociate, in attesa del sollievo.  

In una società tollerante come la loro c’erano regole severe: nessuno si poteva opporre agli shaykh scelti dalla Saggezza.  

Qual è il nostro viatico di vita?  

Un giorno lo chiesero allo Shaykh Hammu, su proposta del genio: li obbligò a sedersi davanti a lui, a gambe incrociate, su una stuoia dura e ruvida, con la schiena dritta e il capo eretto, pronti ad alzarsi al primo cenno da parte sua, mentre i loro occhi erano rivolti alla luce riflessa sul muro della stanza.  

  

Se volevano ottenere una risposta, non dovevano trasgredire.  

In presenza dello shaykh silenzioso, e del silenzio delle montagne dell’Atlante circostanti, passavano i secondi, i minuti e le ore, lunghe, dolorose: nessuno era stato educato a sedere in quel modo, a malapena celavano le urla di dolore, al fine di salvare la faccia davanti allo shaykh.  

Se solo fossero stati capaci di fissare il genio con uno sguardo particolare, ciò li avrebbe rilassati un po’… 

I loro occhi, per un po’, si concentrarono sulle pieghe del turbante che ornava il capo dello shaykh, i tratti del suo viso raggiante e con i disegni del suo stupendo jilbab… 

Pregarono molto Dio…, chiedendo pazienza e sollievo, mentre lo shaykh vagava nel suo iperuranio, senza parlare né congedarli.  

Quand’erano già quasi in preda alla disperazione, e si era spenta la luce riflessa nei loro occhi, quello, alzando le mani al cielo, pregò per il loro bene, e ordinò loro, sommergendoli di sguardi di soddisfazione, di mettersi in piedi, e di lasciare la stanza, con passo nobile, invitandoli a godere della luce.  

Resistendo alla paralisi temporanea che li aveva colpiti, se ne andarono, ringraziando Dio per esserci emancipati, senza curarsi della risposta.  

Il giorno dopo, in preda al dolore, discussero della saggezza dello shaykh.  

In quel momento dimenticarono il viatico nascosto dentro loro stessi, sottolineando ch’egli, senza ombra di dubbio, venuto a conoscenza della loro insubordinazione, aveva voluto rieducarli ai principi.  

“Astuto”, ripeterono con tono meravigliato e arrabbiato, palpandosi le gambe gonfie.  

Spogliatisi del loro mandot di adolescenti, seguirono l’intricato sentiero di vita, ciascuno da solo.  

Ciascuno sapeva che nessuno lo aveva battuto,  prima di loro, e che lo avrebbe percorso, alla cieca e con difficoltà…  

Quando i sentieri si ramificarono, persero i punti di riferimento, e si smarrirono…  

Furono sorpresi sulla terra da uno sciacallo, con le sembianze di un piccione…  

Un lampo dal cielo fulminò i loro sogni.  

Fissarono il vuoto.  

Inchiodati a gambe incrociate, resistevano alla caduta, recuperando i frammenti di forza sparsi dentro loro stessi…  

Quando finalmente riuscivano ad alzarsi per proseguire la marcia lungo il cammino mai battuto da alcuno, con gli occhi su spazi illuminati, ricordavano lo shaikh, ammettendo:  

“In realtà, la saggezza, cresce solo in alcune teste”.

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