L’esodo dei gabbiani

febbraio 28, 2010

‘A. ‘Abd al-Qadir, L’esodo dei gabbiani, trad. di A. Barbaro, Jouvence, Roma 2006

Un racconto lungo L’esodo dei gabbiani, che ci trasporta nell’Iràq di Saddàm Husayn per narrarci la storia di Muhammad al-Hadi e della sua incapacità di opporsi a un potere corrotto.

Il testo, infatti, presenta un’allegoria dell’Iràq sotto la dittatura nella quale il protagonista soffre per quanto la sua patria, rappresentata dalla moglie Zeynab, ha dovuto soffrire a causa di un padre padrone che certamente possiamo identificare con Saddàm Husayn. Non solo egli ha causato la sofferenza della moglie, ma ha ucciso anche i figli di Zeynab – i maschi si noti; Muhammad, lacerato dalla sofferenza per la moglie/patria e per essere privo di discendenza maschile (il futuro del paese) vorrebbe partire come ha fatto suo fratello Ahmad, emigrato.

Si delinea così un ulteriore percorso di sofferenza rappresentato dalle diverse scelte che gli uomini fanno, in particolare quella di Muhammad che, incapace di partire, è peraltro incapace, pur restando, di opporsi al padre-padrone.

‘Abd al-Qàdir propone una prosa semplice e poetica che ben rende l’atmosfera angosciante che percorre il romanzo:

“Ogni volta che si mettevano a discutere, finivano per scontrarsi con uno spesso muro di silenzio che sembrava poi doversi protrarre all’infinito. Entrambi sapevano che la possibilità che le cose tornassero come erano un tempo era perduta per sempre”. (p. 39)

Ma se l’angoscia del protagonista ci opprime, non meno soffocante è la posizione del padre che espone il suo punto di vista e le sue ragioni e che rammenta un altro libro, Zabiba et le roi,  da alcuni attribuito a Saddàm Husayn, nel quale il potere esprime il proprio punto di vista.

L’immagine che ne risulta è quella di un paese sconfitto che solo un diluvio, come una lavanda che netta la coscienza, può contribuire a sanare. Ma se il diluvio raggiunge anche “le porte del palazzo” ripulisce altresì tutto il resto :

“… avrebbe ripulito tutta la superficie della terra, una terra ormai troppo stanca, e piena di ferite e di sangue: era come l’utero di Zeynab; la terra era diventata una fanghiglia rossa, eppure entrambe erano ancora fertili, pronte per essere fecondate e donare nuovamente la vita” (p. 91)

La retorica della donna-terra-patria che percorre tutto il romanzo non ci piace e ci sembra oltretutto un’immagine già superata anche dalla letteratura araba ma L’esodo dei gabbiani è comunque una lettura che vale la pena.

A seguito di L’esodo dei gabbiani vengono riportati L‘ultima pallottola, un racconto breve dai toni allucinati, Orazione funebre per Gilgamesh, che fa riferimento al mito e al rapporto tra Gilgamesh ed Enkidu e Domani mi dirai che è così… del quale tacciamo.

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