Il terremoto

febbraio 26, 2010

at-Tahar Wattar, Il terremoto, trad. di J. Guardi, blurb, U.S.A. 2010

1. Bàb al-Qantara

– Gli odori di Costantina ti accolgono, ti accompagnano, ti inseguono, ti prendono alla gola; li si riconosce ancor prima di aver fatto due passi, ti danno i nervi e ti rallegrano il cuore.
Šayh Bū al-Arwāh, aprendo la portiera dalla macchina, esprimeva a voce alta la sua prima impressione. Aveva girato a lungo e aveva faticato a trovare un parcheggio sul piccolo spiazzo di fronte al ponte di Bāb al-Qantara.
Trasse un profondo sospiro, scrollò gli abiti e guardò con calma l’orologio, per esprimere dopo un po’ una considerazione:
– Meno un quarto… Nove ore da Algeri a qui. Una buona media con questo caldo. A Costantina, come alla ka‘ba, arrivare di venerdì porta bene.

Parcheggiò e, dopo aver chiuso le portiere, imboccò via Belm’hīdī, poi si fermò. Si guardò intorno per un attimo, si voltò verso l’auto e tornò indietro per verificare di aver effettivamente chiuso le quattro portiere.
Il treno fischiò. Trasalì appena per il fischio, che gli sembrò più straziante del necessario, più lungo di quanto dovesse.
Ah. Un allarme. No. Un fischio normale, con l’ansia dei viaggiatori quando entrano in città.
Fece scorrere lo sguardo sul ponte, ritrovò la calma malgrado il traffico e la folla disordinata di uomini e donne in movimento.
Questa gente e queste auto che si muovono tutte insieme, avevo quasi dimenticato com’è la vita a Costantina.
Sentenziò, poi aggiunse, prima di guardare verso l’alto spostandosi con calma:
– Questo ponte è il più bello dei sette di Costantina. Ampio e breve, l’essere umano dimentica pian piano il baratro che si trova tra esso e il fiume.
Tutto, da questo punto di vista, sembrava come al solito. Il verde degli alberi. Le case diverse fra loro e facili da distinguere. Lì la scuola secondaria e più in là l’ospedale, laggiù il magazzino dei cereali dal profilo eccentrico, costruito al solo scopo di servire a prova perenne del fatto che la città, fondamentalmente, è un centro agricolo, o per segnalare agli abitanti che esistono spazi di stoccaggio per il grano e l’orzo, e che se si trovassero sotto assedio prolungato non morirebbero di fame. E là… ah. La statua alata di Santa Giovanna d’Arco, pronta a spiccare il volo per chissà dove da molto tempo. Poi… il dio di Costantina, il ponte Sospeso.
Il cuore di Šayh Bū al-Arwāh ebbe una vibrazione quando vide il ponte sospeso; rivolse lo sguardo all’ospedale, al magazzino e alla scuola, alle ville e agli alberi, chiedendosi:
– Non è più pulito del solito, più luminoso, più variopinto? Il color crema europeo non è svanito? E non sembra anche che sia proteso in avanti come se volesse sporgersi sulla profondità del vasto abisso? Non so perché wādī ar-Rummāl ha scelto di aprirsi nel cuore di una città così preoccupata di se stessa.
Si levò l’adān e il cuore di ‘Abd al-Magīd Bū al-Arwāh ebbe una stretta, si voltò decidendo di continuare a salire seguendo la strada permeata dai diversi odori delle piante, dei cibi e dei profumi e dall’andirivieni delle auto e della gente da tutte le direzioni.
– Non c’è potenza né forza se non in Dio! Cosa spinge la gente a muoversi a piedi in questo modo in questa città? Sono arrivato in auto sin qui perché temevo che, se l’avessi lasciata in mezzo alla strada l’avrebbero travolta come mosche… nel giorno del giudizio. Cosa muove questa gente a spingere così, in un movimento disordinato, scendono, salgono, si incontrano, si separano, leggeri, pesanti, con questo caldo?
Davvero, avevo cominciato a dimenticare la città.
No, la verità, la verità è che la città si è trasformata dalla testa ai piedi. Al tempo dei francesi era tranquilla. Tranquilla in un modo che colpiva a prima vista. La vita vi si insinuava con lo spuntar del sole, pian piano, e fioriva tra le dieci e mezzogiorno, poi, improvvisamente ,si chetava sino alle tre, per riprendere a crescere, esplodere tra le cinque e le nove, quando uscivano da scuola gli scolari delle elementari e gli studenti delle superiori e degli istituti, le luci scintillavano, e si liberavano i profumi delle ragazze europee e israelite che riempivano le strade, come hūrī graziose e gioiose.
Tutto è cambiato. Aveva ragione Ibn Khaldūn quando…
No, no. Abbiamo combattuto perché l’Algeria diventasse araba e non lo rimpiangeremo.
Ci siamo opposti a quell’opinione di Ibn Khaldūn il giorno dell’indipendenza e negli anni a seguire, anche quando hanno cominciato a uscire dal seminato, proponendoci ogni volta un’idea presa qui e là, ma hanno esagerato… hanno esagerato, questa è la verità.
Ci hanno traditi. Ci hanno traditi. Hanno cominciato con il socialismo, prima sole lettere, poi ci hanno insufflato un’anima finché non è diventata una parola, cioè – inevitabilmente – una cosa, poi eccoli improvvisamente.
No. No.
La libertà è libertà. L’indipendenza è indipendenza. Il potere è potere. L’autorità è autorità. Tuttavia, lacerare così la vita, fino al limite del male. No.
Abbiamo letto la scienza sacra, ci siamo seduti con i sapienti, e abbiamo lottato con šayh Ben Bādīs, che Dio lo avvolga nella sua grande misericordia, siamo esperti dei quattro madhab, e non abbiamo mai incontrato un male così.
No. I beni sono di colui che li possiede e il loro possesso è riconosciuto nel santo Corano…
E poi. No.
La gente, soddisfatta della propria condizione, si ritiene sazia dei doni che Dio le ha concesso. Ma, anziché riconoscerlo, fa tutto ciò che può per affrettare l’arrivo dell’Ora.
Uno di loro lo spinse con una spallata, lo fece scendere dallo stretto marciapiede, proprio mentre passava un’auto che frenò davanti ai suoi piedi, stridio di pneumatici, fermata brusca, colpi di clacson, proteste, vocio di bambini.
Si girò a guardare di qui e di là, poi trovò un varco tra la folla, riuscì a svincolarsi ed estrasse l’orologio con calma.
– Non c’è tempo da perdere.
Disse, e decise di affrettare il passo per attraversare la breve distanza che lo separava dalla moschea grande, ma una voce particolare lo costrinse a fermarsi e attirò tutta la sua attenzione. Chi parlava urlava protestando:
– La città soffoca, yā rabbī Sīdī, soffoca. Cinquecentomila abitanti. Al posto dei cento cinquantamila al tempo del colonialismo, mezzo milione yā rabbī Sīdī. Mezzo milione che si spinge e si ammassa su questa roccia. Hanno lasciato i villaggi e le campagne e hanno invaso la città, la riempiono, tanto che non si può più respirare. Succhiano persino l’aria. E non hanno lasciato nell’aria null’altro che il sudore delle loro ascelle.
Oh Signore del Vulcano, Sīdī Rāšid, mostrati e pronuncia la sentenza. Scuoti la roccia e porta nella caduta questi empi, questi scellerati, questi maligni. È tempo che ti mostri, Sīdī Rāšid. È tempo. Sei stato fin troppo paziente, Signore del Vulcano.
Cercò da dove proveniva la voce finché lo vide, un vecchio cittadino con un lungo tarbūš rosso fermo davanti all’ingresso del caffè Nağma, alzava le mani verso il cielo imprecando.
Fece scorrere lo sguardo sulla lunga fila che stazionava davanti all’entrata dell’ascensore, poi sullo stretto ponte sospeso su cavi d’acciaio, poi sul profondo baratro che divideva le due rive del fiume, come una frontiera all’interno della città tra la parte più ampia, poi la roccia morbida che scendeva sui due fianchi del baratro. Tra le curve puntellate di alberi e cavità. Colombe a chiazze grigie volavano intorno, come fiocchi di neve soffice trasportati dal vento.
Provò una strana sensazione che lo assaliva, sentì che un certo colore, molto scuro, si stava infiltrando nel suo cuore. Tentò di bloccare la sensazione, o il colore, ma poi cominciò a parlare a voce alta fra sé, come se, improvvisamente, avesse dimenticato cosa stava succedendo:
– Dice che hanno lasciato i villaggi e la campagna e hanno invaso la città. Cosa voleva che facessero nei villaggi e nelle campagne? Che assalissero le proprietà della gente e se ne impossessassero? Sono nullatenenti e stanchi di lavorare la terra, sono venuti in città perché il governo dia loro un lavoro. Il governo deve costruire fabbriche per loro e farli lavorare. O almeno dovrebbe spedirli all’estero, permetter loro di andarsene, cosa che è diventata sempre più difficile. No. Invece ha deciso di occuparsi della gente pia, alla quale Dio ha concesso la terra.
Maledetti…
I cittadini sono tutti uguali. Vogliono che la città appartenga solo a loro e non si fanno scrupolo di impedire agli estranei di impossessarsene.
All’entrata della grande moschea šaykh ‘Abd al-Mağīd Bū al-Arwāh fissò le facce dei mendicanti, uomini e donne, che stavano in una lunga fila contro il muro. Un’altra cosa, non la solita in città.
Anche i volti sono particolari a Costantina. I tratti variano da persona a persona così come il fisico. Al tempo del colonialismo i tratti erano generici: europei e arabi. Adesso no. Oggi la differenza tra lo šāwī proveniente da ‘Ayn Baydā’ (o da ‘Ayn Mallīla), o Bātna, Hanšla, Šalġūm al-‘Ayd è chiara e la differenza del farğīwī che arriva da Fağğ M’zāla, al-Mālīb o al-Qalīb con tutte le varianti o da Skīkda o fra gli Zanāti e gli ‘Azzābī è chiara.
L’aspetto, come gli odori, rivela la loro vera natura in modo evidente in questa città.
Sentenziò. Spinse con forza lontano la mano di una mendicante che gli sbarrava il passo, si tolse le scarpe e si diresse verso la porta dicendo disgustato:
– Toglimi le mani di dosso, donna. Non c’è forza né potenza se non in Dio. Che disastro, da dove saltano fuori, perché non tornate ai vostri villaggi e alle vostre campagne?
– Che possa capitarti una disgrazia, se Dio vuole. Il disastro. Come se ci portassi sulle tue spalle, come se fossimo la tua soma.
La donna gli urlò dietro irata nel dialetto chiaro della frontiera orientale, Šaykh Bū al-Arwāh si voltò improvvisamente e si fermò a fissarla per un po’, poi rinunciò a quel che aveva in mente di dirle.
Avrebbe voluto dire a lei e agli altri:
Una roccia ci sopporta tutti. L’acqua fa il suo lavoro da ogni lato, Dio solo sa quanti buchi e quante fornaci ci sono nel suo ventre e in ogni momento, nel suo modo particolare, potrebbe annunciarci quanto ci trovi pesanti.
Notò di nuovo le braccia alzate del cittadino col tarbūš che stava ancora urlando davanti all’ingresso del caffè Nağma:
Signore del Vulcano, Sīdī Rāšid, spazza via tutta questa gente, la loro empietà e la loro corruzione.
Si ricompose e riprese il cammino verso la moschea con le scarpe in mano mentre lo strano colore, cupo e ombroso, gli si stava formando dentro, attanagliandolo.
Quando si riprese per compiere le due rak‘a per la moschea, immaginò il grande riformatore šaykh Ben Badis sul pulpito, con la sua espressione animata, non con quel volto fisso che gli artisti erano soliti dipingere in modo idealizzato, artisti che pensavano che la conoscenza fosse meglio espressa da un atteggiamento meditativo e idiota e da una dignità ingenua piuttosto che dal dinamismo e dalla curiosità intellettuale.
Gli sembrò che quell’immagine di Ben Bādīs fosse molto diversa da quella che egli stesso aveva serbato del venerando šaykh negli anni dopo la sua morte, con tutto quel che era successo in quegli anni.
Era estraneo a noi tutti, nonostante il grande entusiasmo che tutti avevano per lui. Era come un fiume in piena ogni parte del quale scorre verso la sorgente mentre noi…
Non voleva ammettere che una tale verità fosse così evidente nella vitalità dell’immagine di Ben Bādīs. Si accontentò di affermare:
– Se fosse vivo, avrebbe una grande influenza su di noi. Ma la religione è religione e nient’altro. Religione è essere fedeli ai nostri avi. Ogni innovazione è smarrimento.
Doveva pronunciare la tahiyya e smise di pensare a Ben Bādīs. Il movimento del suo indice destro lo faceva dimenticare. Automaticamente si era spostato di lato a velocità inusitata. Poi aveva cominciato ad aumentare gradualmente il movimento fino a che non si era fermato. Improvvisamente aveva cominciato a muoversi su e giù, avanti e indietro fino a che non si era fermato per un momento solo per muoversi di uno strano moto circolare.
– Che Dio maledica Satana il sussurratore furtivo. È lui che ha impresso al mio dito questo movimento, che è stato all’origine dell’espulsione di quell’allievo dalla classe. Chissà cosa ne è stato di lui.
Gli studenti lo chiamavano il filosofo. Io lo chiamavo l’eretico. Non provavo nessuna simpatia per lui a dispetto dei suoi modi gentili. Più cercava di avvicinarsi a me e di parlarmi, più sentivo di stare di fronte a qualcuno che poteva leggermi dentro. Pensavo di essere faccia a faccia con un nemico. Solo il Dio sopra di noi conosce i segreti, ma il male eretico può guardare direttamente nelle persone e penetrare nelle loro anime.
Un giorno in classe mi chiese: Signore, Dio, Signore dell’universo, colui che determina i destini di tutti i pianeti dei cieli e della terra trova tempo sufficiente per ispezionare il movimento di ogni dito indice durante la preghiera? Lo offende se il movimento è su e giù anziché laterale? E si preoccupa del credente il cui dito o la cui mano è tagliata?
Ho lasciato che finisse la domanda poi l’ho assalito: Sei espulso. Giuro sulla testa del Profeta at-Tahar, intercessore per tutti i musulmani, che sei definitivamente espulso. Fuori di qui, figlio di Satana.
Tossì. Poi raccolse la sua cartella e lasciò la moschea orgoglioso a testa alta.
Che Dio maledica Satana. Continuo a fare lo stesso movimento. Questo incidente è accaduto ventitré anni fa e ora ritorna sul mio dito.
Si appoggiò al muro della moschea e mentre cercava di rimettersi le scarpe, si strinse lo stomaco con entrambe le braccia. Il sudore gli colava sul viso. I grandi occhi sporgenti si spalancarono sempre di più e le labbra si mossero a recitare una preghiera. I muscoli della faccia si tesero poi si rilassarono.
– No, questo duro è caduto dalla mia tasca.
– No, dalla mia.
– O amato di Dio.
– Che Dio vi salvi e vi protegga.
– O Signore.
– C’ero prima io.
– No, io.
Le grida dei mendicanti gli spaccavano le orecchie e il suo naso veniva sottoposto a dura prova: l’odore di terra putrida e dei corpi dei mendicanti, quello delle teste di montone ,delle zallabiyya diventate rancide a forza di essere arrostite, le emanazioni delle bucce di fichi d’India, il profumo dei fiori di gelsomino.
– A Costantina i rumori, gli odori e i tratti del volto hanno una loro personalità. Mi stupisco di averci fatto così poca attenzione al tempo del colonialismo.
Ma no, è la città che è cambiata, è sommersa dalla gente. Mezzo milione su una roccia.
No. È troppo.
Di nuovo, sentì l’onda nera insinuarsi dentro di sé. Nella huyba del venerdì l’imām, anziché porre l’accento sulla pietà ha parlato loro del terremoto. Ne ha sottolineato l’importanza e la gravità ricordando che “Il Giorno in cui la vedrete ogni femmina gravida abortirà. E vedrai ebbri gli uomini mentre non lo saranno”.
Stupiti e inquieti, il colore scuro invaderà gli spiriti… l’Altissimo ha annunciato tutti questi segni, preparati per l’Ora del Terremoto.
– Che Dio ti venga in aiuto.
Disse a una ragazzina rimettendosi in tasca la moneta: aveva cercato invano un duro, aveva trovato solo pezzi da venti, dieci e venticinque centesimi.
Affrettò nervosamente il passo battendosi il petto e la schiena, compiendo con la testa mezzo giro, poi un giro completo, proteggendo il ventre con il braccio.
– Mangerò qualcosa, a Dio piacendo. Ho ancora abbastanza tempo prima di precedere questi maledetti.
……..
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3 Responses to “Il terremoto”

  1. Giacomo Longhi Says:

    Mi piacerebbe sapere se questo libro si può acquistare da qualche parte: ho controllato sul sito dell’editore, ma non ne dà traccia. Grazie.

  2. Giacomo Longhi Says:

    Grazie, aspetto l’edizione corretta allora, buon lavoro!

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