All’est del Mediterraneo

febbraio 20, 2010

‘A. Munif, All’Est del Mediterraneo, trad. di M. Ruocco, Jouvence, Roma 1993

Pubblicato la prima volta in lingua araba nel 1975, All’Est del Mediterraneo, una denuncia contro la tortura, destò molto scalpore sia per l’argomento trattato, le forme di oppressione, sia perché queste venivano per la prima volta identificate con i regimi arabi, quelli che appunto si trovano all’est del Mediterraneo.

Di Munif e della sua formazione abbiamo già detto nella recensione di Le città di sale, qui l’autore non indulge nella memoria di un aulico passato che sembra rimpiangere nella pentalogia, ma mette a nudo un sistema, quello della relazione tra individuo e potere, esplicitandone il meccanismo di funzionamento.

La forza di questo romanzo sta innanzitutto nel non collocare lo svolgersi dei fatti in un paese in particolare ma nel far riferimento a tutti i paesi “dalla riva del mare fino in fondo al deserto” posti sulla riva orientale del Mediterraneo. Ma anche nella consapevolezza che l’ingranaggio del potere stritola tutti senza distinzione: uomini politici, qualunquisti, shayh.

Il protagonista, maschile, a nome Ragiab, narra la sua storia con un contraltare femminile, Anìsa, sua sorella. Ognuno racconta gli eventi dal proprio punto di vista soprattutto grazie al flash back e al monologo interiore.  Attraverso questo narrare, Munìf sembra voler chiarire al lettore che, nelle condizioni descritte, nessuno ha la possibilità di combattere per la libertà senza porla al di sopra della vita stessa ed essere disposto a morire per essa.

“La prigione, Anisa, è nell’animo dell’uomo e io spero di non portarmela dentro dovunque andrò. Sarebbe una sofferenza che mi porterebbe al suicidio” (p. 89).

E tuttavia, questa impossibilità di essere liberi se non attraverso l’atto della morte, fa sì che per Munìf l’uomo “vero” sia colui che incarni i valori dellamuru’wwa, la virilità accompagnata dalla virtù:

“Fate tutto quello che potete per non cadere nelle mani della polizia… Quando un essere umano (insàn) vi cade, sta a lui dimostrare che è un uomo (ragiul) e che sa come sopportare” (p. 78)

Ragiab ha ceduto e in un certo qual modo l’autore lo disprezza, perché non è stato capace di essere “uomo”. Ma i valori che propone come positivi sono ancora quelli della società patriarcale legati alla virilità e all’onore, al coraggio e alla forza morale. Se dunque si ottiene la libertà dal potere oppressivo di quale libertà si tratta posto che sarà caratterizzata da una nuova forma di dominio?

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