La marca della vergogna

febbraio 15, 2010

Capitolo 4

Yamīna

Guardai l’orologio e mentre gli chiedevo:
– Tutto bene?
Sorrise e si discolpò:
– Sono in ritardo lo so, ma ho saputo da fonti private che un gruppo di ragazze da qualche ora è stato liberato dalle mani dei terroristi, alcune sono nell’ospedale dell’Università, in un reparto speciale, voglio che tu parli con loro subito, e voglio il pezzo pronto per il pomeriggio.

Mi mise in mano una “lettera d’incarico”, si diresse a passo lento verso la sua auto e se ne andò.
In quel momento non sapevo che avrei dato una nuova piega alla mia vita, e che in qualche modo avrei litigato con te e che avrei scritto in un modo che non concorda con le tue regole i miei racconti brevi.
In verità non ero consapevole davvero di quel che provavo nei tuoi confronti, sui miei sensi si stava scatenando un temporale proprio mentre sostavo davanti alla stanza di “Yamīna”, e il suo corpo che si lamentava mi scuoteva; non pensavo di trovare nessun’altra in quel luogo , invece accanto a lei c’era un’altra ragazza, che si mise a osservarmi con i suoi due occhi algidi, posai le mie carte accanto a lei, e tesi verso di lei la mano per salutarla, ma non si mosse, mi chiese con quella sua freddezza:
– Chi sei tu?
Mi guardava di sottecchi in modo diverso, sofferente e timoroso, con lei dovevo comportarmi in modo da non acuirne la sofferenza, le risposi in fretta iniziando la conversazione senza aspettare risposta:
– Khalida… come va? (indicai Yamīna)
Mi rispose gelida:
– Morirà.
– Perché dici così?
– Perché lo so.
– Il medico mi ha detto che guarirà.
– Seeh! Che ne sa il medico?
– Conosce bene il suo stato.
– E sa anche che non vuole più vivere?
– E questa è una ragione sufficiente per morire?
– Se almeno l’esercito fosse giunto prima che partorisse forse si sarebbe salvata.
– Ha partorito?
– Sì!
– E dov’è il bambino?
Sorrise in modo che mi fece dubitare delle sue capacità mentali poi disse:
– È stato ucciso.
– Chi lo ha ucciso?
Il suo sorriso scomparve e i suoi lineamenti vennero deformati dalla paura, guardò a destra e a sinistra poi disse:
– Loro.
– Loro chi?
– Le bestie della foresta.
Poi mi fece segno di tacere e continuò a raccontare:
– Sai cosa fanno di noi? Tutte le sere vengono e ci costrigono alla pratica della “vergogna”, e quando partoriamo uccidono il neonato, noi urliamo, piangiamo e soffriamo ed essi praticano con noi la “vergogna”, chiediamo aiuto, li supplichiamo, baciamo loro i piedi perché non lo facciano, ma se ne infischiano.
Sollevò le maniche della sua veste e avvicinò i suoi polsi deformi:
– Guarda… mi hanno legata con un cavo e mi hanno fatto quel che mi hanno fatto, nessuno di loro ha misericordia nel cuore, persino Dio ha rinunciato a me sebbene lo abbia invocato. Dov’eri Signore, dov’eri?
La sua voce si fece più alta a poco a poco, poi divenne un urlo e cominciò a scuotere i suoi sensi e i suoi abiti, mentre le sue urla crescevano.
Yamīna si svegliò impaurita, gli infermieri si affrettarono verso di lei, aiutandosi a vicenda per tenerla, uno di loro la trattenne per le braccia e dopo alcuni istanti, quando si fu calmata, la riportarono nella sua stanza.
Rimasi sbigottita, incapace di muovermi, entrarono due infermiere che mi chiesero di uscire, non uscii, restai lì ferma vicino alla porta, spostarono le lenzuola ,ecco un’estesa superficie di sangue le copre le gambe, sollevarono le bende di cotone intrise di sangue e la garza con un pezzo di plastica, la vista era spaventosa, i miei occhi si riempirono di lacrime e mi allontanai, dopo un po’ le infermiere uscirono, una di loro si fermò e le chiesi:
– Cos’ha?
Rispose mentre si allontanava:
– Si sta dissanguando.
Entrai un’altra volta nella stanza, guardò verso di me con occhi spenti e disse con voce stanca:
– Sei un medico?
Guardai verso un sacchetto di sangue appeso vicino al suo letto, collegato al suo braccio e provai a rispondere, ma la mia lingua era secca, incollata al palato dalla forza dell’emozione, e le feci cenno col capo di no.
Mi guardai intorno nell’ampia stanza di tre letti e vidi una bottiglia con un po’ d’acqua, la svuotai d’un fiato, poi tornai vicino a Yamīna, mi stava squadrando e il colore del suo viso giallastro mi faceva male, le chiesi:
– Di che soffri?
Rispose con voce stanca.
– Non ho nulla.
Sorrisi, non so come, e le dissi:
– Grazie a Dio non soffri.
Disse:
– Ho sofferto a sufficienza, ora è tempo che mi riposi, sei un medico?
– Ti ho detto di no, sono una giornalista.
– Scrivi articoli?
– Sì!
– Spesso ho sognato di fare la giornalista.
– E cosa è successo?
– Ho interrotto gli studi quando ho compiuto quattordici anni, mio padre non voleva che entrassi alle superiori dell’Aurès con il convitto interno.
– Sei dell’Aurès?
– Sono di Tābandūt.
Le sorrisi, e mi avvicinai di più, parlandole in šawīyya.
– Anch’io sono dell’Aurès.
Quando glielo dissi scoppiò a piangere, le chiesi:
– Cos’hai, perché piangi?
– Volevo vedere qualcuno della mia gente prima di morire, e Dio ha accolto la mia richiesta, sei arrivata tu.
Le mie lacrime scorsero tutte in una volta mentre vedevo quell’ultima gioia nei suoi occhi, mi avvicinai di più e le sussurrai:
– Non ti lascerò mai, resterò accanto a te, qualunque cosa di cui tu abbia bisogno, chiedila a me.
Si mise a piangere di più, e io sentii che che il suo respiro intermittente cantava l’inno della morte, volevo modificare la direzione dei suoi pensieri così le chiesi:
– Come si chiama la ragazza che era qui con te?
– Rāwiyya (rispose).
– Cosa le è successo?
– Lo stesso che a tutte noi.
– Eravate molte?
– Otto, una l’hanno uccisa, l’hanno sgozzata davanti a noi non appena siamo arrivate, perché si era rifiutata di sottomettersi all’emiro. Lo stesso Rāwiyya, l’uccisa era sua parente.
– Com’era la vostra vita in montagna?
– Cucinavamo per loro, lavavamo i loro abiti e di notte…
Le parole le si soffocarono in gola un’altra volta, e riprese a piangere, temetti morisse per la forza dei singhiozzi, sperai che si calmasse e cercai di trovare qualcosa per distrarla:
– Adesso è tutto finito.
Ma continuò a scuotere la testa indicando che no, e il suo pianto aumentò stridente e sofferente. Lessi sul suo volto la difficoltà del mio incarico:
– Non dire niente, ti lascerò riposare e tornerò da te domani.
Smise di piangere, si asciugò con le mani poi disse:
– Se non fossi della mia gente non ti avrei raccontato niente.
Sentii la sua contentezza per la mia presenza, strinsi più forte la sua mano e le mie dita le dissero ciò che non riuscivo a tradurre in parole.
Sorrise, sentii che si rilassava e le chiesi:
– Vuoi che ti porti qualcosa?
– Vorrei una radio.
– Bene, cos’altro?
Niente, solo una radio.
Stavo per uscire quando mi chiese:
– Se i miei sapessero che sono qui uno di loro verrebbe a trovarmi?
Le risposi senza esitare:
– Certo.
Uscii. Quella fu la prima bugia che le dissi.


(فضيلة الفاروق تاء الخجل رياض الرئيس للكتب والنشر بيروت 2003 ص 43-47)
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