I balconi del Mar del Nord

febbraio 13, 2010

Mi sembra di aver mancato l’appuntamento con la vita e oggi sento che questa è la fine che devo accettare.
Vincent van Gogh – Lettera del 12.7.1890
(quindici giorni prima del suicidio)
Capitolo primo
Requiem per le tristezze di Fitna

– 1 –

Si chiamava Fitna.

Fine di dicembre. Esattamente vent’anni fa era qui, su questa spiaggia dimenticata, prima di svanire in mezzo alle onde del Mar del Nord. Cosa viene a svegliarla in me ora, mentre mi accingo a partire? Qualcosa mi spinge a pensare a lei, profondamente, tristemente, qualcosa di preoccupante di cui ignoro il segreto, se non che in questo momento la pioggia su Amsterdam è molto fredda.

Ora, tutto è tornata calmo e la nebbia scende per l’ultima volta sulla città di Algeri di cui ha sepolto le strade, le piazze, i quartieri freddi e gli angoli più nascosti e ne ha fatto esalare l’anima, lacerata dal peso degli ultimi giorni di dicembre.

Vorrei riposarmi anch’io un poco e guarire di te con l’esilio e a con qualche vagabondaggio di scrittura. Ma sono stanco. Sono veramente stanco, non ce la faccio più, sono diventato fragile come una nuvola.

Eh? Com’è piccolo il mondo: una passa dall’oblio agli abissi del lontano mar del Nord e infine al sole del Pacifico imbevuto di alberi e dell’odore del sale? No? Ci dev’essere, per forza, un mistero.

– 2 –

Stamani, sul far del giorno, mi sono sentito profondamente abbattuto mentre raccoglievo le mie cose, mentre per l’ultima volta staccavo dalla vecchia parete screpolata le foto di mio padre, di Zulikha, di mia madre e, nella sua cornice dorata, quella di Aziz, che stavo per dimenticare nel suo angolo se non mi fossi girato di scatto e poi i due quadri di Van Gogh, dono del mio amico ‘L‘ašši, l’artista emigrato tristemente in Canada: Les mangeurs de pommes de terre, I mangiatori di patate, che Van Gogh aveva dipinto nel suo periodo più oscuro e la cui tonalità cinerea evoca davvero la cenere. ‘L‘ašši provava un grande piacere nel tradurre letteralmente in arabo “Les pommes de terre”: le mele della terra. La pianta più aggredita, diceva, maltrattata tanto quanto l’asino che sopporta tutte le angherie dell’essere umano e ne riceve in cambio solo violenza. Queste popolazioni che si moltiplicano come pantegane non sanno cosa mangiano? Senza questa mela della terra che rinnegano, sarebbero già morti di fame, loro che non possono comprare le mele, quelle vere, nemmeno respirarne l’odore.

Un giorno verrà il momento della patata e i prezzi aumenteranno e coloro che hanno complottato contro di lei e rifiutato di riconoscerle il diritto di esistere si pentiranno. Ogni volta che vedo questo quadro penso alle famiglie algerine che si nascondono dietro i muri scrostati per mangiare le loro patate e vantarsi il giorno dopo di aver cenato a base di carne, di dolma o shlita. Nel nostro paese un proverbio dice: Vestiti bene di fronte alla gente e mangia pure pattumiera, non ti vedrà nessuno. E il quadro: L’Homme à l’oreille coupée, L’uomo dall’orecchio tagliato, che incarna lo stato di follia che si è impossessato di Van Gogh quando si è ribellato contro l’egoismo del suo amico Gauguin. Il capo avvolto di bende bianche e le labbra raggrinzite sulla sua pipa bianca.

Quale forza abitava quest’uomo nel suo ultimo istante di disperazione perché, senza esitare, si tagliasse l’orecchio per spedirlo all’unica prostituta di Arles che l’avesse accolto? Era come un bambino che prova per la prima volta il dolore del fuoco e che impara a giocare nel quartiere della morte; il suicidio che ci sconvolge e ci attira comincia così. Ci abituiamo al dolore con una mutilazione e con le torture che infliggiamo a noi stessi in attesa della grande follia.

Mi preparo a lasciare la casa per sempre, ho sentito degli zagharid che somigliavano a quelli dei giorni andati. Mi hanno ricordato anni il cui clamore si è spento e il cui sangue resta sospeso nella memoria. Quella mattina gli assassini sono venuti all’alba, hanno invaso diverse vie della città mentre le vittime restavano terrorizzate in casa assistendo ai funerali e osservando i dettagli del giorno del Giudizio dietro il vetro delle finestre chiuse incredule.

Ben piantato sulle gambe mi fermo sulla soglia di casa con in mano la valigia che non ha visto la luce da sette anni.

Nella mia testa è tutto bianco. Non ricordo più gran che del mio modesto passato tranne il volto di zio Ghulam Allah mentre recita il Corano che lo ha ucciso all’entrata del mercato Clauzel prima che venisse crocifisso in quell’andito oscuro che il giornalaio disertava da sette anni e poi, mio fratello minore ‘Azìz, morto con gli occhi riversi sulla folla che evacuava la stazione in tutta fretta, mentre cercava sua madre affinché lo prendesse fra le braccia per l’ultima volta, e mentre si pone il palmo infantile della mano sulla fronte per contenere l’emorragia.

Quando ho chiuso la porta per l’ultima volta, e  non so perché l’abbia chiusa, dato che la casa non conteneva più niente di notevole eccetto l’odore della terra, dell’argilla, di metalli bruciati e di coloranti, ho immaginato che il cuore del proprietario, hajj Tahar Lmesili, fremesse di gioia. Aveva atteso con impazienza che mi si assassinasse per potersi riprendere la casa, ma, sfortunatamente per lui, la mia vita si è prolungata più di quanto prevedesse. Forse è stato il caso che, giocando a mio favore, gli è stato contrario. Sono vent’anni che spera di riuscire a sbattermi fuori. Possiede diversi alloggi ammobiliati qua e là nella capitale. Li ha acquistati tutti per un dinaro simbolico. Ogni volta che si sbarazza di un inquilino chiude la casa e inizia i lavori di ristrutturazione in attesa del giorno propizio. A un certo punto ho pensato di punirlo e di fare come aveva fatto Lachi la sera della sua partenza per il Canada. All’aereoporto, mentre lo salutavo, mi aveva detto:

– Hajj Tahar, è un vaccaro come non ne esistono altri. Che avrebbe fatto se fossimo stati assassinati? Sarebbe stato l’uomo più felice della città. Oggi capirà almeno che anche noi possediamo i mezzi per dargli noia. Gli togliamo la tranquillità, così impara!

Lachi aveva lasciato la casa a un parente militare. In serata l’uomo era arrivato con la famiglia e si era installato a titolo di ospite. Il proprietario, venuto a conoscenza della tiro che gli era stato giocato, voleva far ricorso alla giustizia ma, dopo essersi assicurato che si trattava proprio di un ufficiale, era rientrato dalle sue posizioni e aveva taciuto aspettando tempi migliori.

Quando ho superato la soglia per dirigermi verso la piazza, l’ho visto appollaiato sul balcone della finestra di fronte. Non ha detto nulla ma non appena mi sono allontanato un po’ ho sentito il rumore dei suoi passi precipitarsi verso l’appartamento per entrarvi. Da quando ha saputo che stavo per partire stava appostato nei paraggi e, di tanto in tanto, entrava per tranquillizzarsi sullo stato del mondo. Non ha avuto pace fino a quando non gli ho reso la copia delle chiavi.

– Allora parti domani.

– E senza ritorno. Questo paese non è nostro, zio Tahar. Ho capito questa verità tardi ma almeno me ne sono reso conto.

– Il paese ti rimpiangerà.

– Non credo. Sai, zio Tahar, in questo paese personne n’est indispensabile, non si accorgerà della nostra assenza, forse se ne rallegrerà anzi. Il paese appartiene oggi a coloro che vi si sono annidati dall’indipendenza e che ogni notte lo corrompono per sempre più prostituzione, omicidi, decadenza.

– In ogni caso noi ti rimpiangeremo.

– Grazie infinite. Da questo momento puoi restaurare l’appartamento come desideri.

– Non è questo l’importante… Yasin, figliolo, potrei chiederti…

– La dichiarazione di rilascio dell’appartamento perché tu possa entrarvi legalmente. Non preoccuparti, ho pensato a tutto.

Gli ho consegnato il foglio. L’ha scorso velocemente con gli occhi poi si è eclissato fino a stamane, quando si è mostrato appollaiato al suo balcone come un sacco di vecchi stracci.

Il palazzo in cui abitavo era stato una piccola manifattura di sigarette e tabacco da presa. Prima dell’indipendenza apparteneva a due uomini, un maltese e uno spagnolo: Tahar vi lavorava in qualità di operaio, incaricato delle relazioni con i piccoli negozi arabi disseminati in città. Nella confusione del periodo dell’indipendenza i due uomini si erano impauriti e Tahar aveva chiesto loro di redigere un contratto che gli avrebbe permesso di occuparsi della manifattura come proprietà privata e di difenderla come fosse stato un suo bene in attesa che le cose si fossero calmate e avrebbero potuto ritornare alla fabbrica. Lo spagnolo aveva firmato ed era partito per il suo paese mentre il maltese si era rifiutato, aveva raggiunto il primo reggimento dell’OAS ed era stato assassinato davanti all’ingresso della fabbrica. Nessuno sa come si siano svolti i fatti. Due anni dopo l’indipendenza, Camillo, lo spagnolo, era tornato e aveva trovato la manifattura trasformata in appartamenti modesti; quando aveva chiesto spiegazioni, nessuno gli aveva dato retta e aveva allora deciso di ricorrere in tribunale. La faccenda era passata da un ufficio all’altro per oltre un anno. Poi, un mattino, Camillo era apparso sul tetto di una costruzione che sovrasta piazza al-Ma‘dumin, aveva nascosto il volto tra le mani mani e si era gettato nel vuoto per andare a schiantarsi per terra come un sacco di carrube secche; venne sepolto nel cimitero cristiano e l’affare venne dimenticato.

Ho preferito scendere i gradini velocemente, senza voltarmi. Quando desideriamo dimenticare in un attimo dobbiamo imparare come evitare di guardare indietro per non essere riportati al punto di partenza. Ogni sguardo indietro è, ogni volta, un tentativo sofferto per restare.

Respirando l’odore del mare che sfugge dagli interstizi dei vicoli che si incrociano per stringersi, poi, improvvisamente, si aprono sul mare che si slancia sotto i tuoi occhi, cogliendoti di sorpresa con i suoi spruzzi, con il movimento alternato delle barche e le grida dei marinai e dei pescatori che giungono dall’ammiragliato, mi domandavo: cosa mi aspetta oggi? Un appuntamento con una donna più vecchia di me di dieci anni, che ha saputo fare della sua follia un destino di cui lei sola conosce le fila nella ricerca di una tregua ardentemente desiderata, una donna che mi ha rubato un po’ di pace e la cui assenza mi ha condotto alle porte della follia oppure il mio appuntamento di oggi sarà con una tomba perduta in mezzo a un gruppo di tombe senza stele e senza nome? O ancora con un vuoto pieno di domande che vanno a scontrarsi con la paura incessante e che, così facendo, rendono ogni volta il bianco più bianco, più diafano, più volatile?

Posso dire oggi che ho perso un appuntamento capitale con la vita perché ho seguito una via che non avrei dovuto prendere. Mi rallegro di questi slittamenti frequenti che mi hanno impedito di arrivare fino a te perché mi hanno procurato quel coraggio necessario per scrivere, scolpire il vento bruciante e immergere profondamente la mano nella terra che mia madre e Zulikha avevano preparato.

Solo l’artista ha questa fortuna e poi questa fragilità che lo può condurre soltanto a una follia più grande.

– Qualcosa da leggere, signore?

La sua voce mi giunge da molto lontano. Il timbro è lo stesso, né gli anni né le sofferenze successive né lo strano caso che l’ha condotta fino al Mar del Nord l’hanno modificato. Da dove cominciare? Tutte le lettere si sono mescolate, sono diventate inintelligibili, e simili agli amuleti dei pazzi nulla le lega fra loro. A furia di essere toccate e frantumate la maggior parte di esse si cancella, lasciando dietro di sé l’ombra delle lettere che è possibile leggere in molti modi. Sono quasi tutte incoerenti, anch’esse come colpite da questa follia che ha messo radici nella memoria.

Ogni volta che il male d’amore ci colpisce, l’enunciato silenzioso delle parole si sgretola e si installa al suo posto una nebbia che si vorrebbe tenere tutta intera nel pugno come un batuffolo di cotone fatto per essere arrotolato nella tasca di una camicia leggera, ma che scivola tra le dita senza che si riesca a conservarne un po’.

– Qualcosa da leggere, signore?

– No.

La parola uscita dalle mie labbra è fredda come l’ansia.

Voglio dimenticare tutto. Coloro che amavo sono partiti, si sono estinti gli uni dopo gli altri e gli assassini sono tornati in città per scivolare tra le vie e appostarsi negli ingressi dei palazzi come facevano dieci anni fa. L’oblio viene con il desiderio di dimenticare? I nostri cuori sono ancora pieni del sangue e i nostri occhi appesantiti dalle scene cui abbiamo assistito. Il paese che conosco da tanti anni è molto cambiato e la sua terra mi sfugge dalle mani come frammenti di un foglio calcificato. E ora faccio esperienza di questo cielo, forse è più dolce. Avevo dimenticato o quasi che il cielo esiste e che possiamo fuggire in esso ad alcune delle nostre passioni tra quelle che temiamo affondino.

Ci troviamo ora a un’altezza di diecimila metri e la nostra velocità media è di novecento chilometri l’ora.

Il cielo non è così crudele come immaginavo, ci lascia sempre uno spazio per curare le nostre ferite. Come appare vasto il mondo visto dall’esterno di questo fazzoletto di terra chiamato Algeria! Minuscolo spazio che nel suo tentativo di abbracciare il mare lo scopre ogni giorno più grande e più misterioso, minuscolo spazio che maciulla assassini e innocenti, commercianti e clienti, che apre le porte chiuse della giustizia per assolvere un assassino che per semplice sospetto ha ucciso la madre e la sorella e per dichiarare colpevole questa donna sorpresa con il suo amante a condividere il piacere di una notte prima di svanire nei corridoi tenebrosi delle vie della città.

L’aereo ha lasciato la pista da più di mezz’ora.

La città che mi ha fatto soffrire per più di quarant’anni sembra ora cedere sotto di me, deperisce come una nuvola che fugge. Tutto ciò che contiene d’imponente è come miniaturizzato adesso, si direbbero giocattoli allineati in file serrate e poi altri sparpagliati in disordine. L’arco di cerchio del litorale, teatro di guerre passate e di un’importante circolazione di genti, si assottiglia, lasciando il posto all’azzurro infinito e al rosso di una terra della quale nulla indica più che offre asilo a uomini che si amano, ma che al risveglio della loro piccola persona si alzano gli uni contro gli altri per darsi a una lotta senza requie fino al sopraggiungere della morte. Da qui, da quest’altezza, non v’è traccia di nulla, nemmeno del metrò di Algeri, morto prima di nascere. Immagine dello stato del paese, è un buco nero, un tunnel che non finisce mai, un tunnel senza apertura. È a causa di queste acque sotterranee troppo abbondanti, si è detto, mentre alla superficie la gente muore di sete. Ecco il tempo in cui i cittadini più fortunati si uccideranno fra loro per una goccia d’acqua. I potenti e coloro che possiedono armi prenderanno d’assalto i pozzi, le dighe e i serbatoi per dividersi l’acqua, mentre i diseredati scenderanno al mare, berranno l’acqua salata e, sotto la fornace di un sole implacabile, chiameranno con tutte le loro forze la morte affinché giunga con il frangersi delle onde. Quando avevo dato a ‘Umar, il mio vicino architetto, la mia versione della faccenda del metrò, egli mi aveva sommerso di rimproveri e aveva affermato che vi erano prove irrefutabili. Sono stato sul terreno e conosco il progetto nei minimi dettagli, la tua angoscia è infondata, le difficoltà incontrate sono legate alla natura del terreno e del sottosuolo.  Anni dopo, è tornato a trovarmi e mi ha confermato, con aria abbattuta, che il paese si suicidava e che le mie elucubrazioni riguardo all’acqua avrebbero finito per avverarsi: Ti rendi conto! Mi dice deglutendo a fatica la saliva, la città galleggia sull’acqua e la gente muore di sete! Si pompa l’acqua per rigettarla in mare nella speranza di asciugare il sottosuolo! Stanno uccidendo la città. Oggi, ogni volta che passo vicino alla metropolitana della capitale, il discorso di Omar l’architetto mi torna alla mente. Non c’è più alcun indizio che indichi il metrò. Anche i grossi ingranaggi altrettanto arrugginiti quanto i volti dei passanti sono stati spostati e le buche sono state riempite per farne una strada pubblica. Per dieci anni le compagnie si sono succedute e tutte hanno fallito il progetto, poi l’industria nazionale delle grandi opere aveva voluto raccogliere la sfida, ma anch’essa a sua volta era stata sconfitta scontrandosi con l’ostacolo dell’incompetenza; c’era voluto un decennio per capire che l’eccesso di patriottismo non costruisce altro che muretti non lastricati, una strada dissestata. Oggi, dopo vent’anni di attesa, la gente non si pone più domande sul metrò, né sul “buco degli abusi” come lo chiamano, come se al termine di tutti questi anni si svegliassero improvvisamente dalla grande menzogna nella quale erano vissuti.

La menzogna da noi non ha nulla di eccezionale ma a forza di ripetersi ha finito per somigliare alla verità, è una voglia che si sveglia in noi ogni volta che proviamo il bisogno di cullarci in un’illusoria tranquillità d’animo. Quando la gente si pone domande riguardo al metrò, scuote la testa mormorando: Se non fosse che per il metrò, non sarebbe nulla. Tutto il paese è in panne come un motore stanco di esser stato troppo spesso mal utilizzato. La bugia ha cospirato contro tutti noi e circoscritto il fuoco della rivolta e persino Dio, che dovrebbe lamentarsi giorno e notte nei nostri cuori e nelle nostre viscere, ha raggiunto le fila degli assassini, nascondendo la testa fra le ginocchia per non vedere cosa succede.

Un attimo fa la città di Algeri mostrava un orizzonte senza fine, come i gradini di un teatro greco che salivano sul monte di re Cucu e sotto di essa il mare, ampio e tranquillo, come il palcoscenico di un teatro che si offriva ai giochi di un numero incalcolabile di attori. Ora tutto è calmo, lo strepitio della città si è dissolto, sostituito da quello dei motori dell’aereo. Invano cerco con gli occhi l’altra città, quella che costruivo ogni volta che ‘Aziz veniva a trovarmi; la chiamava la città delle chimere. L’ho fatta tutta di musica, di acuta sensibilità e di passione affinché si dispieghi su un raggio di cinquanta chilometri dal golfo immenso di Sidi Frej fino a Giamila-La Madrague. Ha lasciato la mia memoria quando per l’ultima volta ho gettato la milleunesima bottiglia nel mare della città delle chimere mentre ‘Aziz rideva cercando invano di capire la mia follia:

– Questa bottiglia piena di lettere indecifrabili, sei sicuro che le onde la porteranno fino a Fitna questa volta?

– Questa volta non è come le mille altre. I numeri svaniscono quando formano una cifra tonda; è per questo che là li ho aperti con il numero uno, ma mi fermerò qui finché non otterrò una risposta.

– Grazioso passatempo ma, mio caro, dovresti avere molta fortuna per trovare qualcuno che porti questa bottiglia a Fitna. Ogni volta ripeti la stessa cosa, l’altro giorno mi hai detto: Devo almeno chiudere il numero perché non resti incompleto. Ed ecco che oggi lo riapri di nuovo su una cifra che non può mai finire.

– E se la fortuna di colpo di realizzasse? Non sarebbe prodigioso?

– Sarebbe un caso eccezionale.

– E perché no? La magia del caso, è sempre eccezionale. La vita non è altro che una successione di casi. ‘Aziz, fratello mio, la vita non ha granché da offrirci coi tempi che corrono, quindi dobbiamo procurarci da soli ciò che desideriamo grazie all’immaginazione. Solo l’immaginazione ci permette di sopportare la fatalità della morte perché è il nostro più grande mezzo per dimenticare. Anche questa città che chiami delle chimere esiste solo nella mia testa e nella tua e, nel momento in cui raggiungeremo l’altro mondo, la porteremo con noi, questo è poco ma sicuro, e chiederemo a Dio di accordarci il tempo e i poteri magici necessari per averla sotto gli occhi con le sue luci, le sua piazze rumorose, le sue strade piene di innamorati, i suoi bar e i suoi teatri. Questo è ciò che ci da la voglia di vivere. Senza questo, la vita non sarebbe così meravigliosa.

– Fratello, sai dove ti condurrà questa favola?

– Mi dirai: alla follia, certamente. Ma non è una fortuna essere folli in questo paese?

Siamo scoppiati a ridere poi abbiamo continuatop a costeggiare la città delle chimere divertendoci a contare i granelli di sabbia e, al calar del sole, ci siamo divisi il teatro del cielo e abbiamo contato le stelle una a una.

‘Aziz non si era sbagliato, sapeva che questa favola mi avrebbe fatalmente condotto alla pazzia. Della città che ho adorato, la città delle chimere, non resta gran che oggi, ha ceduto il passo alla nebbia che ha ricoperto tutto, anche le montagne le cui cime si ergono sfidando l’ascesa dell’aereo. Il sogno si è disperso nel sangue nelle disillusioni senza fine e in questa spinta di inciviltà generata dal cemento armato. Cerco tutte le vie possibili per dimenticare e allontanarmi verso il punto più nascosto del mio essere. Verso le profondità del cuore per raggiungere la ruvidità del vuoto in cui tutto si cancella città, gente, geografia, storia e tempo presente, per lasciare solo questa luce furtiva, impossibile da afferrare…

Poi, all’improvviso, null’altro che le ombre oscure e il movimento perpetuo e azzurato del mare e infine le briciole di questo giorno d’inverno che comincia e declinare.

La disillusione rende ciechi. Bruciamo dal desiderio di berla e la temiamo come l’acqua della vita e quando ce ne abituiamo ci lascia solo dopo averci ucciso senza pietà e nel modo più atroce.

Da sette anni, da quando un’angoscia senza nome si è insediata in noi, non vedevo questo cielo. Ogni volta che guardavi in aria moltiplicavo le possibilità di essere distratto e, di conseguenza, quelle di farmi uccidere. Ci troviamo in un paese in cui la distrazione è sinonimo di morte. Ogni volta che apriamo la porta per accogliere un nuovo giorno che la vita ci concede, gettiamo uno sguardo intorno, poi, quando ci troviamo in città, scrutiamo gli sguardi e i volti di coloro che si voltano in modo sospetto. Li interpretiamo in modo esagerto, poi proseguiamo domandandoci come malati:

Mmh? Il suo sguardo non mi piace, insultante e odioso. Mi ha guardato, ha sussurrato qualcosa all’orecchio del suo amico, gli ha fatto dei segni e si sono ritirati insieme. Chissà, forse mi sbarreranno la strada in un vicolo cieco. Cambiamo strada. Ma può anche essere che quei due siano in preda agli stessi dubbi e alle stesse angosce e che modifichino a loro volta il tragitto. Ed è così per tutto il giorno fino a quando non si rientra a casa estenuati per prepararsi a resistere ancora per poter essere vivi l’indomani e poter salutare il nuovo giorno. Restare in vita non è facile e per riuscirvi devi dedicare tutte le tue energie e raddoppiare gli sforzi. Quando ‘Aziz insisteva affinché uscissi, non sapevo come fargli intendere ragione perché non sapevo cosa dire. Non è questione di coraggio o di eroismo perché di fronte al pericolo tutti gli uomini sono uguali, si svuotano di ciò che sono per conservare solo quello che hanno in comune con gli animali. Non è eroismo, semplicemente è la mia incapacità di rinnegare quella terra rossa sempre attaccata alle palme di mia madre e sempre incrostata sotto le unghie di Zulikha. Una volta ‘Aziz mi ha detto: solleciti la morte come i poeti antichi, non c’è romanticismo nella morte, mio caro. Certo se fossi assassinato sarebbero in molti a piangerti, anche coloro che ti detestano starebbero al gioco. Il ministro della Cultura e delle Comunicazioni, il capo del governo e forse anche il Presidente della Repubblica invierebbero le loro condoglianze a tua madre, poi, improvvisamente, quando le orazioni funebri taceranno il tuo nome, a poco a poco il libro della tua vita si chiuderebbe per sempre. Questo paese non ha memoria, fratellone.

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