Šurafàt bahr aš-šamàl

febbraio 12, 2010


Waciny Laredj, Šurafàt bahr aš-šamàl, Dàr al-adàb, Bayrùt 2002

Che dire di Waciny? Gran vanitoso, gira per il mondo con una lunghissima sciarpa rossa e dispensa il suo fascino qua e là: con le studentesse che stravedono per lui, con le colleghe, che si lasciano sedurre volentieri, con gli uomini, che vedono in lui l’autore arabofono di successo, lo ammirano e un po’ lo invidiano. Waciny vive tra Parigi, città dove ha scelto di migrare, e Algeri, che non ha mai abbandonato del tutto e dove ancora tiene corsi e segue tesi di dottorato sulla letteratura araba.

Bene, Waciny ha un dottorato in letteratura araba conseguito presso l’Università di Damasco (su Tahar Wattar di cui prima o poi parlerò) e conosce molto bene la lingua araba letteraria. Ha scritto numerosi romanzi, tutti estremamente interessanti, specializzandosi ultimamente nel romanzo storico che riprende personaggi ed eventi dell’Algeria coloniale. È attivo partecipante del convegno annuale su ‘Abd elHamid ibn Haduga (anche di lui dirò) ed è stato tradotto in numerose lingue, ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali. Scrive bene e di argomenti che sono appetitosi per l’occidente, nei suoi romanzi v’è sempre una velata sensualità/sessualità. In lingua italiana era apparso anni fa Don Chisciotte ad Algeri, che trattava del problema della censura in Algeria.

“Si lascia la patria solo per sposare una tomba nell’esilio”, diceva Kateb Yacine e il libro di cui domani proporrò la traduzione del primo capitolo, I balconi del Mar del Nord, tratta proprio del passaggio da una tomba, l’Algeria del decennio nero, a un’altra, quella dell’esilio. Scegliere l’esilio non è facile per un intellettuale algerino e resta sempre una sorta di senso di colpa, quel puntino nero che hai nell’anima e che all’improvviso, senza motivo, mentre stai facendo tutt’altro, ti pesa come un macigno.

E in questo romanzo il macigno si sente, nei vocaboli utilizzati, nelle scelte stilistiche, nella nostalgia mista a risentimento che accompagna un tema narrativo che è un pretesto per lasciar scorrere i pensieri. Ad Amsterdam, città scelta per l’esilio dal protagonista, in un muto dialogo con il tormentato van Gogh, l’autore e il narratore parlano di Algeri con un movimento circolare che la rende sogno, realtà e infine incubo.

La città di Algeri/Amsterdam diventa una metafora, un luogo del pensiero e della vicenda umana, che lo scrittore visita con l’estetica dello scrivere. Le vicende che si snodano all’interno del romanzo non sono altro, dunque, da questo punto di vista, che pretesti per raccontare Algeri, l’Algeria – che nel caso di Laredj si identificano – diventate lo spazio necessario affinché i protagonisti esistano e si distinguano.

Ho amato questo romanzo e l’ho tradotto in italiano. Ma nessuno lo vuole. La traduzione giace nel cassetto della mia scrivania. Non me lo spiego.


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2 Responses to “Šurafàt bahr aš-šamàl”


  1. […] Due cose mi stupiscono sempre in relazione a Waciny: la prima, la sua capacità di scrivere quasi un libro l’anno e tutti molto corposi e intensi, spesso con alla base una ricerca storica e numerosi riferimenti a culture diverse e ad aspetti diversi all’interno di esse; la seconda è che, nonostante tutto questo, che già di per sé potrebbe essere motivo di interesse, da noi non “piaccia” (l’ho già detto qui). […]


  2. […] Due cose mi stupiscono sempre in relazione a Waciny: la prima, la sua capacità di scrivere quasi un libro l’anno e tutti molto corposi e intensi, spesso con alla base una ricerca storica e numerosi riferimenti a culture diverse e ad aspetti diversi all’interno di esse; la seconda è che, nonostante tutto questo, che già di per sé potrebbe essere motivo di interesse, da noi non “piaccia” (l’ho già detto qui). […]

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