Ma hadhata li ghadan

febbraio 10, 2010

S. Boutadjine, Ma hadata li ghadan (Qisas), Manšuràt al-ihtilàf, al-Giazà’ir 2002

Ma yahduthu lil-mutarjima ams o del tradurre Said Boutadjine

È possibile che di un testo letterario esistano più traduzioni, infinite traduzioni possibاili, come lo sono i punti di una circonferenza, uniti con un unico centro da migliaia di raggi, centro che è il testo nella lingua originale. Ciò significa che ogni traduzione conserva un legame con l’originale, ogni traduzione conduce all’originale, ogni traduzione è anche una lettura del testo originale come afferma Jorge Louis Borges riferendosi alla sfera “il cui centro è dappertutto e la cui circonferenza non è da nessuna parte”.

E se un testo è quello che vi si legge allora la lettura che propongo di Ma hadata li ghadan di Said Boutadjine è nel testo, perché è quel che vi ho letto. E questa lettura la propongo attraverso la mia esperienza di traduzione. Niente di scientifico dunque perché, si sa, la traduzione non viene considerata cosa seria da noi.

La parola chiave della traduzione a mio parere è lentezza, non è possibile tradurre di corsa. Tanto più un testo come Ma hadata li ghadan, poiché dal momento in cui si ha il libro in mano, il cervello si impegna in una discussione sterile per discernerne il significato.

Questo esercizio di decriptazione continua ancor prima di leggere il primo racconto, “L’errore di Abd Allah l’orfano”, preceduto da una citazione di Sartre: “L’inferno… sono gli altri”. Oscura, perché, chi sono gli altri per Boutadjne? Bisognerebbe saperlo per tradurre bene…

Poiché tuttavia prima o poi bisogna cominciare il lavoro di traduzione, dopo la lettura del testo è la sensazione di malessere a prendere il sopravvento; come afferma Jean Claude Izzo Vivre me tue, e questo è quel che rimane dalla lettura dei romanzi e dei racconti di Boutadjine. Il malessere di un intellettuale che, in quanto tale, percepisce le sfide e i problemi della società nella quale ha scelto di vivere, ma che gli sta stretta. Per questo, traducendolo, ho cercato di riprodurre questo ambiente di disperazione latente che si manifesta nello stile e anche nella scelta dei vocaboli, senza contare l’argomento dei racconti e il loro sviluppo narrativo che, in effetti, non esiste nel senso tradizionale del termine (1).

Un primo problema che ho affrontato è  stato come rendere i difetti di pronuncia del giudice; nel testo arabo sono molti e non è possibile renderli in italiano. Ho optato per un difetto di pronuncia in italiano che veicola  l’idea al contempo dell’ubriachezza, di qualcuno che è senza denti e che in italiano è percepito come anche leggermente ridicolo e ho anche scelto di segnalare con Я la pronuncia errata di r da parte del giudice, cosa questa che in italiano è segno di linguaggio affettato, visto che l’interpretazione che do del personaggio è quella del potere che parla un linguaggio incomprensibile e marcio. Ciò è stato reso in particolare trasformando i suoi s- e z- dell’italiano in sci/sce/sh che somigliano alla variazione sin/shin dell’arabo (2).

Un’altra scelta di traduzione è stata quella di rispettare la punteggiatura dell’originale arabo, eterna questione attorno alla quale il dibattito è aperto; così facendo, anche in italiano il ritmo del testo, che è quello di un flusso di coscienza in più punti, è salvaguardato. Ancora, ho cercato di conservare l’utilizzo della lingua del testo originale nella misura in cui, come è stato fatto per Goethe, si potrebbe creare un “Lessico di Boutadjine”: è anche l’uso che fa della lingua araba nel contesto del racconto dell’assurdo che merita un tentativo di trasposizione in un’altra lingua. Insomma ho cercato di applicare una tecnica di traduzione che arabizzi l’italiano piuttosto che italinizzare l’arabo.

Quella che troverete nel post di domani è la prima versione in italiano di questo autore, che potrà essere migliorata in fase di pubblicazione, un po’ folle, ma un pizzico di follia non è forse parte integrante dell’opera di Boutadjine e dell’idea del tradurre? In ogni caso ada ma yahdutu li ams.


[1] La traduzione della raccolta completa verrà pubblicata chissà come, chissà quando, dalla casa editrice A Oriente ! di Milano.

[2] A esempio accusato è diventato accushato, nazione è diventatanashone.

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