Islam

gennaio 19, 2010

H. Küng, Islam. Passato, presente, futuro, BUR, Milano 2005

Nella recensione di ieri si diceva che la lettura di The Venture of Islam richiedeva un certo impegno. Anche la lettura di questo volume richiede uno “sforzo” non indifferente, vocabolo che ci piace perché è possibile porlo in relazione all’arabo ijtihàd, lo sforzo intellettuale. Un libro densissimo, quello di Küng, che in 900 pagine circa ci presenta un punto di vista teologico estremamente accurato con un obbiettivo preciso dichiarato, come egli afferma, “in vista di un cambiamento di consapevolezza”.

Teologo e pensatore spesso criticato sia all’interno che all’esterno del mondo cristiano, Küng affronta la questione del dialogo fra le religioni come fondamentale per perseguire l’obbiettivo della pace e per far questo si interroga sui fondamenti delle religioni (il volume è l’ultimo di una trilogia le cui uscite precedenti sono dedicate a Ebraismo [1991] e Cristianesimo [1994]). Anche in questo caso il nostro apprezzamento va alla presenza di un pensiero, la ricerca del quale perseguiamo quando leggiamo un libro, frutto di un percorso che non può non suscitare interesse.

Nella ricerca dei “fondamenti” comuni alle religioni, in questo caso in particolare fra Cristianesimo e Islam, l’autore non pratica sconti alla propria religione – e forse per questo non è autore apprezzato in alcuni ambienti – ponendo anche i cristiani di fronte a se stessi come in uno specchio nel quale l’immagine riflessa è quella di un musulmano.

Estremamente chiaro e diretto pur quando affronta argomenti di spessore teologico Küng costruisce il volume sempre avendo ben presente la questione che lo interessa, e cioè il dialogo tra le religioni come necessità per la pace fra le nazioni, in un percorso storico teologico con numerosi riferimenti anche all’ebraismo nell’intento, che a noi pare riuscito, di evidenziare l’eredità comune delle religioni abramitiche. Solo così, a suo parere, e tenendone costantemente conto, molti contrasti teologici possono essere superati.

Nell’ambito del discorso politico culturale attuale, nel quale spesso le contrapposizioni vengono accentuate, Küng ci ricorda che tutte le religioni indistintamente hanno “panni sporchi” da lavare e che preferirebbero dimenticare, ma che non per questi esse vanno giudicate e che questa regola, se applicata, dev’esserlo per tutti senza distinzione.

Ancora, non tralascia il riferimento ai non credenti, che chiama alla condivisione di un’etica comune, in quanto esseri umani, in controtendenza a quell’atteggiamento che li esclude da qualsiasi discorso negandone in qualche modo l’umanità. Come detto all’inizio Küng sin dall’introduzione al volume fa riferimento alla consapevolezza, concetto che ribadisce al termine del volume, affermando di essere “consapevole di aver espresso opinioni scomode” (p. 788).

Ma, come ci ricorda E. Said, “il ruolo dell’intellettuale non è quello di far sentire a proprio agio il suo auditorio; al contrario il punto è essere imbarazzante, contrario, anche spiacevole”.

Un libro da leggere.

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